Non so che pensare. Lo ammetto dall’inizio, a scanso di equivoci. Siamo andati a visitare il MACRO di Testaccio per la decima edizione di Fotografia Festival, il Festival Internazionale di Roma, kermesse ideata da Marco Delogu, quest’anno propone il tema: “Motherland”.
Motherland, che di per se potrebbe essere semplice, ma le scelte dei curatori date dal tema non lo sono affatto. Ovvio, i temi si danno agli autori per creare una linea espositiva e una più facile lettura agli avventori. Ma in questo caso non è tanto il tema, ma proprio la scelta delle immagini proposte che mi lascia così, a mezz’aria, incapace di prendere una decisione che dovrebbe essere diritto di ogni spettatore: mi piace o no? (mi interessa o no? Mi appaga o no? Lo capisco o no?)
NO, è la prima risposta che mi viene in mente. Non mi sono piaciute la stragrande maggioranza delle immagini proposte. Fotografie che non rispettano i canoni estetici che ci si aspetterebbe da un festival che si chiama “Fotografia”: alcune sottoesposte, altre tagliate male, altre ancora assolutamente vuote di significato “fotografico”. Alcune presentano tutti i tratti sopradescritti in un insieme a dir poco scadente. Sembrano fotografie di studenti alle prime armi, alle prese con un tema da sviluppare in una giornata di studi, con errori macroscopici di narrazione interna e una visualità che lascia interdetti. Se il tema è quello della Madre Terra, il posto da cui provengo e che mi porterò dietro per sempre, che mi connota per quello che sono, il mio primo pensiero è che ci troviamo in una terra maledetta, che di materno o sanguigno non possiede nulla, come se degli automi avessero scattato immagini a caso per testimoniare una umanità che è arrivata alla fine e che riempie la propria esistenza di un tempo svuotato di significato.
Sassi e ciottoli, terra e acqua, cielo e case. Sulla carta ci siamo, la mostra funziona. La scelta del tema è azzeccato e legato alle immagini proposte. Ma non funziona sulla carta fotografica, che restituisce un pressapochismo fotografico che da certi “nomi” proprio non ti aspetteresti.
Che siano gli scarti ad esser stati scelti? Quelli che contengono il meno possibile la fotografia al loro interno? Tra i supporti critici, leggo la frase che forse mi dà una chiave di lettura e fa risultare quel mio NO iniziale una chiusura mentale: ”Ha più senso chiamare “Fotografia” un festival di fotografia?” si chiede Rob Honstra a proposito del progetto da lui curato.
Quindi, la giustificazione concettuale addotta da Delogu & co., tra cui spiccano nomi di grandi curatori capaci e sapienti, potrebbe essere l’Arte. Sotto la cui egida sono possibili tutti gli esperimenti, perfino prendere i canoni fotografici in una kermesse che si chiama “Fotografia” e mandarli al macero, colpa/merito del digitale che manda a quel paese anni e anni di dittatura del momento decisivo per una simultaneità che svuota l’immagine di significato e concetto. Forse il problema proposto dai curatori è proprio sul confine tra il fotografico e non. Sembrerebbero dire, le scelte proposte, che tutto è fotografabile e tutto merita interesse. Tanto, siamo talmente bombardati da immagini che non abbiamo più bisogno di uno scatto o di un portfolio da ricordare o amare, la fotografia è alla portata di tutti e tutti hanno il diritto di proporre i propri scatti, anche se tecnicamente scadenti o svuotati di significato. Siamo entrati a piè pari in una nuova era nella quale perfino la velocità della luce sembra essere non più valida come unica costante “certa” nel nostro mondo fisico, figuriamoci se la fotografia puo’ rimanere ancorata in processi che dal 1826 (fotografia di Niepce che per convenzione chiamiamo “la prima”) hanno fondato la nostra percezione di cosa funziona e cosa no (fotograficamente parlando, of course).
Quindi arrivo alle conclusioni: mi hanno convinta gli scatti proposti da Alec Soth, che uniscono il ritratto al paesaggio, o quelli proposti da Guy Tillim come anche quelli di Tod Papageorge, quest’ultimo con il lavoro sui parchi cittadini con le persone che li frequentano (sembra un angelo il ragazzo biondo che riposa sull’erba), e poi c’è il lavoro proposto da Valentina Vannicola sull’Inferno di Dante, che usa il paesaggio e gli abitanti di Tolfa per ri-creare le scene descritte nelle terzine di riferimento. David Farrell lavora sulle linee in un rimando alla tradizione della Land Art che però non riesce, a mio avviso, ad arrivare (fisicamente, concettualmente) a nulla se non al segno proposto, mentre Guido Guidi propone un paesaggio lunare di pietre e pietre e pietre e pietre; Antonio Biasucci racconta di una Napoli materica e oscura in un composit di tante immagini che prendono vita solo se insieme alle altre, in una ricerca del particolare che convince ma non se prese singolarmente.
Le ombre di Rodolfo Fiorenza cancellano i muraglioni in orride figurone senza giustificazione alcuna, sono proprio brutte e basta, mentre le immagini proposte da Alessandro Imbriaco lasciano l’amaro in bocca per il tema trattato che non arriva al limite di una visuale accettabile per la descrizione dei luoghi scelti per le abitazioni temporanee dei senza tetto, mentre convince il lavoro su “Salvatore” di Lorenzo Maccotta, se non fosse per quella sensazione di lavoro scolastico che mi son portata dietro fin dall’inizio dell’esposizione.
Capitolo a parte il secondo padiglione che ho visitato: era quello più “artistico” e quindi aleatorio (per le considerazioni di cui sopra) con i lavori “MIZU NO OTO” (sound of water) dei giapponesi che andavano dal sublime (Rinko Kawauchi) all’orrendo (Asako Narashi) senza soluzione di continuità, mentre il progetto “New Dutch Story Tellers” ha come appiglio un lavoro sulla memoria che mi riporta (con tutte le differenze del caso, non ultima la potenza del messaggio) a un Boltanski alle prime armi.
Una mostra che assorbe le energie degli avventori, che si sforzano di trovare un continuum nella valanga di immagini proposte, e che difficilmente lo trovano, anche per colpa dell’allestimento che sembra poco studiato e che non rende giustizia alle foto proposte. Immagini slegate visivamente e concettualmente, dove quelle che convincono si perdono nel mare di quelle che-proprio-no, e che lasciano un giudizio sospeso sull’intera proposta. Un decimo anniversario controverso e poco fotografico, in una moda che spinge i curatori verso un confine che rende la fotografia aleatoria, incostante e insicura dei propri (tanti) punti di forza.
Related Posts
-
Alessandro
-
Raffaele
« Spotanatomy, il rimedio giusto contro la melassa comunicativa Lavorare nei Nuovi Media: e le donne come se la cavano? »









