In questi ultimi anni, sembra che la comunicazione sia “scesa in piazza”. Grazie anche al web 2.0 e i suoi canali, i quali hanno cambiato il modo di comunicare e interagire fra le persone, le aziende scelgono modi sempre più coinvolgenti per attirare l’attenzione: a partire dal guerriglia marketing, una forma di promozione pubblicitaria non convenzionale e a basso costo da effettuare sul territorio, fino all’uso e allo stravolgimento di azioni come il flashmob, nate per lo più con un intento ludico.
Andando nello specifico: un flashmob è un evento nel quale un cospicuo gruppo di persone, dopo aver ricevuto alcune istruzioni in anticipo (anche su carta, all’ultimo momento), converge in un luogo, fa qualcosa di incomprensibile, per poi disperdersi dopo una manciata di minuti.
O almeno, questa era la descrizione che si dava nel 2003, anno di nascita del fenomeno, partito da New York. All’epoca, per la diffusione degli inviti, veniva usata l’e-mail. Oggi le possibilità si moltiplicano, fra l’uso dei social network e degli SMS.
Il 24 luglio 2003 ebbe luogo il primo flashmob in Italia, a Roma per la precisione. Di fatto fu anche il primo flashmob europeo, un primato soffiato per un giorno appena: Vienna organizzò il suo primo flashmob per il 25 luglio.
Per parlarcene abbiamo intervistato JJFlash, autore del sito fantasmaformaggino.it, dietro il cui nick si cela la persona che ha portato per primo il flashmob in Italia, quel fatidico 24 luglio 2003.

Ciao JJFlash, insieme a te vogliamo ripercorrere la storia del flashmob in Italia.
Raccontaci qual è stato il tuo ruolo nel primo flashmob italiano?Quel flashmob lo organizzai io.
Una mia cara amica lesse su una testata web la notizia di uno dei primi mob svoltisi in America ma già fuori da New York, e mi segnalò l’articolo. Mi interessai immediatamente al fenomeno e cercai di recuperare quante più informazioni possibili sul web, però come spettatore e studioso; più venivo a sapere, più speravo che qualcuno in Italia si lanciasse a “importare” la moda.Quando il massimo che riuscii a trovare fu uno sfottò su un blog del tipo “Presentiamoci tutti vestiti da Babbo Natale sulle spiagge di Riccione ad agosto”, decisi che se non mi fossi mosso io non lo avrebbe fatto nessuno.
Mi lanciai quindi in un sopralluogo presso Messaggerie Musicali (buonanima) di via del Corso a Roma, misi poi in piedi un canovaccio (ispirandomi molto ai mob precedenti newyorkesi), e composi il testo dell’invito al flashmob.
Nel 2003 non c’erano Facebook, Twitter, Friendfeed e affini, potevo contare solo sull’effetto valanga dell’e-mail. Avevo un centinaio di contatti romani ai quali spedii l’invito, pregando di inoltrarlo ai loro amici e conoscenti.
Pochissimi dei destinatari originali vennero al mob, ciò nonostante, tramite il tam tam, ci furono un paio di centinaia di partecipanti (o forse più, qualche testata giornalistica parlò di quattrocento persone, una stima che a me continua a sembrare eccessiva). In quell’occasione mi resi conto di quanto potesse essere potente il passaparola via mail, giacché mi trovai fra i presenti anche un’amica delle vacanze di cui avevo completamente perso i contatti.
Organizzai altri due flashmob dopo, e a un altro ho collaborato con consigli e diffusione (il canovaccio era opera di un artista sperimentale).
Ho tenuto un blog dedicato all’argomento flashmob, in cui non solo inserivo i resoconti dei mob a Roma, ma anche notizie e commenti dei mob che si facevano in Italia e nel resto del mondo (impresa molto ingenua: lo scoppio del fenomeno fu tale che era impossibile starci dietro, specialmente per l’estero).
Nel 2006 seguii a distanza alcuni studenti di Padova nell’organizzazione del loro primo flashmob, spronati dal loro professore di Teoria e Tecniche dei Nuovi Media (l’esimio prof. Ugo Guidolin, che mi invitò per ben due volte all’Università a parlare del fenomeno).
Che risposta hai avuto dai “mobbers” italiani durante gli eventi?
Entusiasmo e divertimento a fondo scala, com’è ovvio.
A ogni resoconto dei mob romani sul mio blog, i post si riempivano di commenti gioiosi, c’era chi parlava dei flashmob come dei bellissimi scacciapensieri, “quando ne facciamo un altro?”, felici di squarciare il grigio velo della routine cittadina con una rapida esplosione di colori. I commenti più interessanti si riferiscono al primo mob, perché insieme al divertimento si trovano anche descrizioni di momenti di incertezza, “ma ci sono venuto solo io qui? E’ una bufala?”.
Un aspetto che mi ha sempre colpito era che i mobber non seguivano il “capo” come pecore (a differenza delle accuse che venivano mosse da chi seguiva i mob solo tramite i media), sapevano essere abbastanza creativi, in qualche caso anche troppo, riportarli all’ordine si rivelava impresa titanica. C’erano dei ragazzi che si presentavano ai mob con indosso delle maschere come quelle usate dal gruppo Tre Allegri Ragazzi Morti.
E dal pubblico involontario?
Io ricordo grandi punti interrogativi che si “formavano” sulle teste chi si trovava, appunto involontariamente, spettatore di un evento inspiegabile. Cosa che io speravo ogni volta che succedesse: prima che venissero battezzati flashmob, questi eventi venivano chiamati “inexplicable mob”, folla inspiegabile. Più riuscivamo a non far capire cosa stesse succedendo, più ritenevo il mob riuscito e memorabile.
Il primo mob si concludeva con un applauso senza alcun motivo dal piano superiore, mi fu riferito che più di qualcuno dal piano terra si chiedeva in giro “Perché applaudono? C’è qualche VIP?”.
Domande irrisolte. “A cosa sto assistendo?”.In un caso, quello del terzo mob (dove ci trasformavamo in artisti di strada francesi, colorando i sampietrini di una piazzetta con dei gessetti) c’è fu anche un esempio di contagio: uno del pubblico rimase così affascinato che finì per unirsi agli “artisti”, contribuendo all’esplosione di colori che stava avvenendo.
[ Vedi anche Sampietrini e Flashmob ]
Scheda dei primi Flashmob italiani a Roma
24/07/2003 - Messaggerie Musicali, via del Corso
Chiedere di libri non esistenti al banco informazioni + Applauso senza senso
31/07/2003 - Piazza dell’Esquilino
Due gruppi attraversano la strada dai lati opposti, le persone fanno finta di conoscersi da tempo, rallegrandosene oppure inscenando litigi + Partita flash di rugby con rotolo di carta igienica
28/09/2003 - Piazza della Madonna dei Monti
Diventare artisti di strada francesi (portando un fazzoletto al collo alla bohémienne e parlando con accento francese), colorando i sampietrini della piazza con dei gessetti – ideato dall’artista Signs in Motion
18/12/2003 - Via dei Condotti
Lavarsi i denti per strada
Qualche episodio divertente da raccontare? Immagino che ne siano molti…
I flashmob per loro natura erano episodici (difficilmente si andava oltre i dieci minuti), potrei finire per raccontare i mob per intero.
Alcune situazioni sono divertenti da descrivere, oggi, ma lo erano poco mentre venivano vissute.Al primo mob, quando arrivai sul posto, scoprii che il passaparola via mail aveva funzionato un po’ troppo: a parte un discreto numero di giornalisti (in qualche caso con telecamera al seguito), c’erano anche Polizia, Carabinieri, e affini. Cosa che contribuì a rendermi molto nervoso: i giornalisti erano plausibili (e in quel caso non volevo essere inquadrato/fotografato), non mi aspettavo però le forze dell’ordine. Tutti elementi, comunque, che contribuirono a far mangiare la foglia a Messaggerie, specialmente i giornalisti: arrivarono a intervistare i mobber durante l’evento…
La security non era molto contenta della nostra presenza (si resero conto che non eravamo lì per comprare): posso dire che ci siamo dispersi un momento prima che perdessero “pericolosamente” la pazienza (già compromessa).Il secondo mob prevedeva due scene separate: nella prima, si facevano alcune gag mentre si attraversava la strada, a piazza dell’Esquilino. Avevo trovato un punto in cui non avremmo disturbato il flusso delle automobili; purtroppo mi spiegai male sul foglietto delle istruzioni, per cui finimmo per intralciare il traffico. Io ero con le mani nei capelli, i mobber invece si divertirono parecchio a creare situazioni anche non previste dal canovaccio.
Il caos generato fu tale che qualcuno pensò bene di chiamare la Polizia sul posto, ma arrivarono giusto un momento dopo la dispersione dei partecipanti (avevamo appena finito di giocare una rapidissima partita di rugby con un rotolo di carta igienica), trovando così il nulla.Del terzo mob tutti i partecipanti ricorderanno sempre il dopo-mob: benché ci fossimo raccomandati di non farlo, alcuni mobber dimenticarono per terra i gessetti usati. I bambini che avevano assistito, però, non si fecero scappare l’occasione e proseguirono il lavoro.
Per quanto riguarda l’ultimo mob (ci siamo lavati i denti per strada, a via dei Condotti), io ricordo in particolare sia la reazione schifata di due ragazze dopo avermi guardato mentre io, dentrificio colante dalla bocca, chiedevo loro se avessero un po’ d’acqua per il risciacquo, sia quella divertita di una coppia di signori che si affrettò a darci consigli, “Lo spazzolino dall’alto in basso e dal basso in alto!”.
Negli episodi divertenti ma più vicini al ridicolo, ricordo le critiche di chi seguiva questi eventi da lontano, dalle notizie. In particolare, parecchi commenti acidi su Indymedia, sul primo mob. Chi ipotizzò che si trattasse di una mossa pubblicitaria di Messaggerie, chi del McDonald’s lì vicino, chi arrivò a dire che ero un fanatico di Mussolini (per via della M stampata sul cappello che portavo per farmi riconoscere dai mobber a cui dovevo consegnare le istruzioni), chi mi diede del pariolino (io non sono neanche di Roma).
Spesso vediamo gente che balla, che rimane “congelata”, oppure che effettua azioni insolite. Ma in quanti modi può essere declinato un flashmob?
Volendo tenere fede alla definizione storica di flashmob, pressoché infiniti.
L’elemento nuovo che spiccava nei flashmob era la modalità di convocazione dei partecipanti, il tam-tam dell’email, per cui chi veniva alla bischerata di turno non conosceva nessuno o quasi degli altri presenti. Tolto questo aspetto, il fenomeno altro non faceva che “riciclare” gli happening degli anni ’60, l’arte di strada (la performance art), le sfide che si lanciavano i ragazzi fra diverse università, come quella emblematica dove facevano a gara a quanti ragazzi riuscivano a stare dentro una cabina telefonica (successivamente rifecero la stessa cosa, ma dentro una Volkswagen).
In Italia non ci siamo fatti mancare questo genere di eventi: solo per fare un esempio, il goliarda torinese Manlio Collino detto “Zeus”, fu testimone e divulgatore di due situazioni bolognesi, accadute molti anni fa.
Citando le sue parole: “Quello dei ‘geroglifici’, un gruppo di padovani che a Bologna, per due giorni, vestiti da antichi egizi, procedettero sempre in fila indiana e di profilo. Dappertutto. Mentre camminavano, mentre mangiavano, mentre bevevano, erano sempre “di taglio” come, appunto, gli omini dei geroglifici.
Spettacolari? Quello di alcuni goliardi della Parochia Veneta (una balla bolognese) che a Bologna, guidati dal “paroco” Maurizio Muston scalarono in perfetta tenuta da roccia Via Rizzoli, procedendo in orizzontale. Piantavano i chiodi, si mettevano in sicurezza, si issavano fingendo fatica, tutto come se fossero in verticale, mentre in realtà strisciavano per terra. Giunti sotto le torri, piantarono persino la bandiera.”Quando cercavo nuove idee per un flashmob, è a quei periodi e situazioni che mi rivolgevo; esploravo anche cose surreali, come gli eventi Fluxus, pure nati in quegli anni: per esempio, un concerto per tacchi a spillo e sabbia, o per chiodi e pianoforte (i chiodi venivano piantati rumorosamente col martello fra un tasto e l’altro).
Quel che voglio dire è che un flashmob può essere sì un ballo improvviso nelle banchine della metropolitana, un gruppo di persone che si blocca improvvisamente in stazione (il famoso e ritrito Frozen, una cosa ripresa dal gruppo di attori improvvisatori Improv Everywhere, di New York), una piazza piena di ragazzi che si prendono allegramente a cuscinate in faccia.
Ma può e deve essere anche altro, e possibilmente una cosa nuova, strana, inspiegabile. C’è tanto, ancora, da sperimentare, e niente vieta che un mob possa essere un qualcosa molto vicino all’Arte.
[ ... continua ]
approfondimenti
Bill Wasik: l’inventore dell’inexplicable mob. Nel 2003 era un ventottenne, redattore di una delle più longeve riviste americane, l’Harper’s Magazine (attualmente è redattore per Wired). La cosa nacque perché Bill voleva creare un evento innovativo e sorprendente a New York, e far girare l’annuncio di questa cosa tramite il passaparola via mail (oggi si direbbe “virale”). Senonché non riusciva a immaginare quale potesse essere questo evento, e finì col decidere che lo stesso pubblico convenuto lo sarebbe stato. Da lì prese corpo il primo flashmob. Wasik rimase semplicemente “Bill” (praticamente anonimo) fino al 2006, quando si rivelò sull’Harper’s con un lungo articolo dal titolo “My Crowd”.
Sean Savage: il blogger che coniò il termine “flash mob”. Un altro blogger gli comunicò la notizia del secondo mob a New York (il primo non riuscì perché le forze dell’ordine furono allertate, sventando i piani; questo generò l’elemento dei foglietti d’istruzioni consegnati all’ultimo minuto). Sean titolò il post dedicato alla cosa “Flash Mobs Take Manhattan”, parlando poi di “inexplicable mobs” nel testo.
CheeseBikini – www.cheesebikini.com/2003/06/16/flash-mobs-take-manhattan/
WordSpy – http://www.wordspy.com/words/flashmob.asp (da cui si vede il primo uso del termine da parte di Savage)
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