Samiel Aranda, A woman holding a wounded relative in her arms, inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa, Yemen on 15 October 2011.

La Pietà del World Press Photo 2012

14 febbraio 2012 | di
in Focus, Fotografia, Ispirazione | 1 Commento

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Questa guerra è come un’attrice che sta invecchiando: sempre più pericolosa e sempre meno fotogenica.
Robert Capa

Come ogni anno sono arrivati i premi più prestigiosi della fotografia internazionale, quelli assegnati dal World Press Photo, e con loro le polemiche che ogni anno si fanno più pressanti.

Il premio World Press Photo of the Year 2012 lo vince lo spagnolo trentaduenne Samuel Aranda.

Samuel Aranda, A woman holding a wounded relative in her arms, inside a mosque used as a field hospital by demonstrators against the rule of President Ali Abdullah Saleh, during clashes in Sanaa, Yemen on 15 October 2011.

 

Con i nostri sensi ottusi dalla sovraesposizione di immagini, la selezione di un premio così importante diventa qualcosa che imprime in noi una memoria comune, un significato dell’anno passato. Ha vinto una foto di impianto michelangiolesco, una pietà trasfigurata, la storia di una donna che tiene in braccio un uomo (ferito?) in un campo profughi in Yemen.

Andiamo con ordine e cerchiamo di vedere cosa è successo intorno a quest’immagine. Premetto che, in generale, la preferisco a vincitori degli anni passati, ma per una caratteristica nostalgica del mio animo che non prenderò in considerazione, per un’analisi il più possibile equilibrata.

Abbiamo una foto “composta”, in posa, e per un premio foto-giornalistico è qualcosa di fastidioso: la fotografia che noi spettatori richiediamo a chi va in guerra a scattare deve essere “reale” e “rubata” alla realtà. Mettere in posa o ritrarre il proprio soggetto in posa è avvertito come scorretto. La realtà non è rappresentazione, anche se nel corso della storia le guerre sono state raccontate attraverso molte rappresentazioni, il che è un po’ un segreto di Pulcinella, un “si fa ma non si dice”, pena una possibile rappresaglia da parte del pubblico meno preparato.

E’ una composizione classica, e come tale compassionevole: l’immagine clichè di una sofferenza fa in modo che noi spettatori possiamo piangere ricercando quella sensazione che abbiamo provato guardando il capolavoro di Michelangelo o tutte le versioni cinematografiche della vita di Cristo (per esempio, la madre di Pasolini o, per gli hollywoodiani, la pietà versione splatter di Mel Gibson). La sensazione è sempre quella, la commozione identica.

Il clichè della composizione si riflette nel contenuto. Una donna velata dal niqab che sorregge il corpo semi nudo di un suo uomo (figlio, fratello, marito: non lo sappiamo) è semplicemente la ripetizione di uno schema millenario in cui la figura della donna è la mater dolorosa che nulla puo’ di fronte alla distruzione della guerra, se non soccorrere e piangere i propri morti.

Siamo tutti voyeur, c’è poco da fare, ma non vogliamo inorridire troppo, quindi molto meglio una foto statica in cui la compassione si taglia a fette per quanto è densa che una immagine turpe di corpi sbudellati o informi… Eppure erano i primi del novecento, e Bataille e il suo informe ci faceva capire Breton e la sua idea di bellezza (La bellezza sarà convulsiva, o non sarà). Infatti, l’immagine è talmente clichè che perde quella bellezza specifica dell’orrore che la nostra società necessita per avere memoria di un fatto.  L’empatia che proviamo di fronte ad una immagine fa sì che quell’orrore che abbiamo provato cercheremo di tenerlo il più lontano possibile da noi. Ma la donna yemenita sorregge con così tanta dolcezza il corpo dell’uomo che l’empatia si dissolve in compassione, vanificando il messaggio.

L’immagine, scattata in Yemen, vorrebbe essere una immagine simbolo della Primavera Araba. Ma non ci sono piazze Tahir che reggano il confronto, per la giuria internazionale, rispetto ad una immagine stereotipata e riconducibile ad una cultura classica occidentale: vuoi mettere la pietà michelangiolesca in versione yemenita? Questa sì che è arte: tutti noi la conosciamo!
Peccato che nel mondo non tutti conoscono Michelangelo!
La pietà è un’immagine cattolica, non è detto che chi non studi arte e sia buddista mussulmano o ateo, e abiti, che so, a Kuala Lampur, debba conoscere la statua di Michelangelo o la storia da cui è stata tratta. Ma siamo occidentali, e con la nostra spocchia abbiamo invaso il mondo. E ancora: attribuire un’immagine cattolica ad una foto de-politicizzata in un contesto islamico potrebbe anche non essere la scelta giusta. Con questo non dico che le intenzioni del fotografo siano state sbagliate: ad esser opinabile semmai è l’attribuzione da parte della giuria internazionale (di Nina Berman e della nostra Renata Ferri, per esempio, le uniche di cui abbia trovato un contributo su internet) di un contesto michelangiolesco, ma si sa che la fotografia avrà vita propria e sarà sostenuta dalle varie comunità che se ne serviranno.

Il problema aggiunto è che questa è un’immagine che ha bisogno di troppe parole. Parole nel senso di costruzione critico/culturale attorno all’immagine, che da sola non regge il simbolo che invece le si attribuisce. Ed è chiusa, come lo è la donna nel suo dolore e nel suo velo. Si chiude da sola, in un circolo in cui a noi non resta che osservarla, commuoverci e niente più. Non ci sono contenuti aggiunti, informazioni degne di nota, nulla se non la pietà in se.
In realtà questa foto ci dice pochissimo. Parla all’anima, ma con le intenzioni sbagliate.

Non esiste una sola immagine “simbolo” dei campi di sterminio (e ce ne sono di foto!), ma il World Press Photo si arroga il diritto di costruire un simbolo della Primavera Araba esulando del tutto dal contesto nordafricano per ricondurci in Yemen con una foto sì bella, ma inutile al fine della tiritera culturale che si è intessuta intorno ad essa.
E’ sbagliato, ed irrispettoso per l’immagine e per il lavoro del fotografo. Attribuire o voler attribuire un Simbolo ad un avvenimento è quanto di più sbagliato si possa fare: come giustamente osserva Michele Smargiassi  quando entrano in gioco gli universali escono Storia e Giornalismo. E il WPP è un premio foto-giornalistico.

Riassumendo, questa fotografia è un’immagine pseudo-religiosa in un contesto di guerra che la tradizione storica occidentale riesce a contestualizzare e ridurre a simbolo. Tutto questo è arte, non è giornalismo.
I fatti non ci sono, se non quello di una donna che piange un suo caro (morto? morente? solo ferito? non lo sappiamo) per la guerra.


 

approfondimenti

World Press Photo – www.worldpressphoto.org
Link diretto alle foto vincitrici – Gallery

 

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  • http://www.bastet.it valentina cinelli

    “La foto di Samuel Aranda, che ha vinto il premio World Press Photo, è senza dubbio una bella foto, suggestiva esteticamente. Ma ha ben poco a che vedere con la Primavera araba, se per primavera si intendono le rivoluzioni che hanno cambiato il panorama politico della regione. Le donne sono state protagoniste nelle rivolte e nelle rivendicazioni della parità di diritti.
    La foto che ha vinto il premio invece ritrae una madre completamente velata e sottomessa (nell’atteggiamento) il cui dolore è intuibile ma non visibile, la donna è completamente velata e fuori dal tempo. E’ una immagine della pietà in un contesto fondamentalista (lo Yemen), dove la donna può solo essere un fantasma nero che contrasta con il biancore del corpo nudo del figlio. Non è la prima volta che una ‘pietà’ diventa, per l’occidente, l’icona che rappresenta un conflitto nel mondo arabo, era già successo con l’Algeria. Poco importa se l’immagine sponsorizzata corrisponde a una realtà.
    Nulla si vuole togliere alla bravura del fotografo ma non si può accettare la motivazione della giuria: è una testimonianza della Primavera araba. Quando si comincerà a riconoscere il protagonismo delle donne nel mondo arabo?”

    [ via giulianasgrena.globalist.it | World-Press-Photo-questa-foto-non-e-la-Primavera-araba ]

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