Un patto dei democratici e dei progressisti

Onanismi comunicativi e lo scarso rispetto per il fruitore (il caso dei manifesti del PD)

25 giugno 2012 | di
in Advertising, Design, FailADV, Focus, Tipografia | 1 Commento

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Mi è arrivata una segnalazione di una serie di manifesti apparsi sulla pagina Facebook del PD Nazionale.

L’analisi che ha fatto Giovanna Cosenza è puntuale, asciutta e precisa, e mi sembra strano che abbia sollevato tutto questo polverone da parte di grafici e comunicatori.

Mi permetto di integrare con con alcune mie considerazioni, quelle espresse nel post di cui sopra.
Non lo faccio per cercare visibilità, né per buttare benzina sul fuoco: mi espongo perché trovo corrette le osservazioni fatte, per dire la mia in merito, e per dare a Cesare quel che è di Cesare… ossia restituire ai comunicatori visivi il loro giusto ruolo.

  1. Marchio del Pd affogato nel rosso (dov’è finito il verde?), marginale e poco leggibile.
    Quando ho visto il manifesto per la prima volta, ho fatto fatica a riconoscere il logo del PD. Troppa. Perché la scelta di mimetizzare il soggetto (o la firma) della comunicazione?
    Mi parli di declinazione del logo e di sperimentazione, ma il messaggio che arriva è di chi lancia il sasso e nasconde la mano (“ci siamo ma è meglio che non ci facciamo vedere”).
  2. Testi sparpagliati e disallineati, con font di diverse dimensioni e una distribuzione del maiuscolo e del grassetto che pare quasi casuale.
    Il ruolo del designer è quello di “accompagnare” la comunicazione, renderla più fruibile, leggibile, immediata.
    Ogni scelta grafica, dalla forma al colore, dalla font alla sua dimensione e declinazione della sua famiglia, alla disposizione nello spazio (un testo sacro è Punto, linea, superficie… potete citare Kandinsky solo dopo averlo letto), tutti questi elementi non sono solo a scopo ornamentale, di abbellimento: se non capisco immediatamente chi mi parla, di cosa parla e come mi parla, invece di proporre una comunicazione, si riduce il tutto a una mera esercitazione stilistica.
  3. Uso sconsiderato della bandiera italiana ai limiti del vilipendio, visto che pare tutta tagliuzzata e rattoppata. Ma ricorda anche il fascio littorio, con quel giallino che la impasta e invecchia.
    Appena ho visto i manifesti (prima ancora di perdere 5 minuti a cercare il logo del PD) ho pensato: “Futurismo, primi del 900, Destra”… dopo i famosi 5 minuti: “2012, comunicazione attuale, PD”… ottimo: l’uso dei colori e le forme di per se mi hanno comunicato esattamente l’opposto, sia come posizionamento temporale, e soprattutto come orientamento politico.
    Quel “giallino” è terribile, unito al verde e rosso mi ricordano troppo le vecchie bandiere italiane esposte al Museo del Risorgimento al Vittoriano. Non sono d’accordo con il concetto di vilipendio, ma che visivamente il poster mi abbia “suggerito” l’opposto di quel che c’è scritto è abbastanza palese.
  4. Aggiungo di mio che, come già accennato prima, il graphic designer non dovrebbe  comportarsi come un artista. Può prendere spunto, idee, ispirarsi a, ma il suo ruolo è quello di rendere fruibile A TUTTI (e non solo a chi può cogliere le citazioni stilistiche o capire di impaginazione e gabbie grafiche) il messaggio.

Tornando alla polemica in atto: le critiche mosse non sono paura della sperimentazione, ma esclusivamente rispetto per il target, l’audience, gli utenti (o come li volete chiamare).
E personalmente sono stufa di sentire – ogni qual volta una comunicazione sbaglia in maniera più o meno clamorosa – giustificazioni del tipo: “Non siamo capiti”, “Siete voi che siete indietro”, “Avete paura dei cambiamenti”.
Questa campagna sembra una comunicazione fatta per autocompiacere la bravura del designer, come le campagne fake con le quali le grandi Agenzie di Comunicazione tentano di vincere premi: tutto un enorme onanismo comunicativo.

In ultimissima analisi: stiamo parlando di comunicazione politica, quindi il rispetto per il target, in questo caso, è il rispetto per l’elettore.
Se la comunicazione del mio partito non è chiara, ha rimandi stilistici che non colgo (mea culpa, sono ignorante ma tu scendi al mio livello per favore) o che richiamano la controparte politica, se faccio fatica a leggere i testi e a trovare una firma in cui mi sono identificato negli ultimi anni (o nella quale vorrei identificarmi), in breve: se non mi fai capire in un poster cosa mi vuoi dire, perché dovresti avere la stessa trasparenza di intenti anche nel tuo programma? perché dovrei votarti?

Fate tutte le polemiche e le sperimentazioni che volete: qui in gioco non c’è il fatturato di un’azienda, ma il voto (e il probabile futuro) di un Paese.

Noi creativi dovremo tornare a essere dei pubblicitari di razza, come i grandi che hanno dato i nomi ai nostri network: non solo persone capaci di avere idee ingegnose, ma professionisti in grado di capire i media, i target, i mercati e riuscire a tradurre tutto questo in strategie e idee innovative, pertinenti, efficaci.
Davide Boscacci (Direttore Creativo associato/JWT) [ via Il Futuro delle Agenzie ]

 

 

Approfondimenti

Giovanna Cosenza – Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd / Il Pd, la grafica e la zuffa nel cortile
FF3300 – Essere Democratici e Progressisti (ma avere paura dei cambiamenti)

Ciro Esposito – Il Futuro delle Agenzie (un post che vi consiglio caldamente di leggere)

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  • Enzo Marineo

    Forse le riflessioni cambiano di segno se premettiamo questa considerazione: i destinatari non sono gli elettori del PD, ma quei cittadini potenzialmente orientati a destra che costituiscono una grossa fetta dell’elettorato assente o indeciso: tendenzialmente ostili all’Europa, sfiduciati, irritati e stufi dei partiti.
    Questa potrebbe semplicemente, e correttamente, essere una campagna che non vuole compiacere o rassicurare chi già vota per il PD, ma cerca di pescare altrove.
    Per capire se le intenzioni erano queste sarebbe interessante sapere con quali mezzi e in quali contesti ne è prevista la diffusione.

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