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LEGO… for girls and for boys

15 febbraio 2012 | di
in Advertising | 2 Commenti

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C’era un tempo in cui bambini e bambine condividevano i giochi. E così i bambini dopo essersi improvvisati piccoli  cuochi con pentoline e cucina e le bambine ardite capi-stazione di veloci trenini, si ritrovavano a costruire insieme case e città con blocchi di legno e mattoncini in plastica colorata.

Si ritrovavano in quello spazio di creatività e fantasia in cui le distanze si accorciano e le differenze si attenuano fino ad annullarsi  nella curiosità di conoscere, nel piacere di capire, nella voglia di comunicare. Non un maschio o una femmina ma due bambini impegnati in quell’attività molto seria che è il gioco, come diceva Munari.

C’era un tempo – non troppo lontano – in cui la pubblicità non era così sfacciatamente di genere: mostri di infinite, forme, funzioni e dimensioni per i maschi e  bambole arrivate direttamente dalle passarelle di Parigi, con guardaroba da far invidia a qualsiasi  fashion-addicted e dotate di auto di marca, full optional per gite in campagna, per le femmine.

In quel tempo lì, un bambino di 3 anni e mezzo difronte ad una pubblicità che mostra una bambina intenta a coccolare il suo cagnolino che  cammina, piange, abbaia e parla non avrebbe mai detto… “mamma che schifo è troppo da femmina!”

Perchè in quel tempo lì, le bambine in jeans e maglietta a righe, mostravano felici le loro casette LEGO e pubblicizzavano i kit per camionincini.
 

 

Perchè in quel tempo li, i bambini  - e non i maschi e le femmine  - giocavano.

Ad un certo punto tutto è cambiato, e il genere neutro è sparito dai giochi… o è da maschi o è da femmine…

Così anche la LEGO si adegua: i rassicuranti omini dalla testa gialla diversi tra loro solo negli accessori si trasformano in personaggi sofisticati e si accompagnano a “omine” con coda di cavallo, occhi truccati, labbra rosse, abiti alla moda.

Non è sufficiente. Secondo un recente e interessante articolo del Business Week, la LEGO risulta essere un gioco ancora troppo maschile.
E allora ecco la nuova linea  “in rosa”.
 

Minidoll che vivono a Heartlake City, tra un salone di bellezza, una scuola di cavallo, una clinica veterinaria e una caffetteria.
 

 

Funzionerà?

Mi torna in mente Roland Barthes in “Miti d’oggi” quando parlando dei giocattoli diceva che i più diffusi sono essenzialmente un microcosmo adulto, riproduzioni in formato ridotto di oggetti umani e il bambino davanti a questi “può costituirsi esclusivamente in forma di proprietario, di utente mai di creatore; non inventa il mondo, lo utilizza: gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia.

Si fa di lui un piccolo padrone abitudinario che non deve neppure inventare le molle della casualità adulta; gli vengono fornite già pronte: lui non deve far altro che servirsene, non gli sa da mai un percorso da fare. Il più piccolo gioco di costruzione, purchè non sia troppo ricercato, implica un apprendistato del mondo ben diverso: il bambino non esercita un uso ma una demiurgia; crea forme che camminano, che rotolano, crea una vita, non una proprietà; gli oggetti vi si muovono da soli, non sono più materie inerte e complicata nel cavo della mano.”

Funzionerà forse se quel rosa verrà vissuto come un colore e non come un genere. Funzionerà se tornerà ad essere “for girls and for boys”- come amava ripetere il suo fondatore perchè qui quel conta è solo la capacità di proporre forme dinamiche.

 

 

[ fonte societypages, businessweek via The SempliCity ]

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  • http://www.mammaimperfetta.it Mamma Imperfetta

    Funzionerà.
    Perché la sempre più precoce distinzione dei ruoli anche nel gioco è diventata un dictat.
    Per questo amo le scuole della mia città, dove Loris Malaguzzi ha dato vita a luoghi di sviluppo umano pluridirezionale. Dove i maschietti giocano in bellissime cucine di legno, stirano i vestiti dei travestimenti, apparecchiano, sparecchiano e si occupano della stanza del sonno facendo letti e mettendo in ordine. Dove le bimbe usano Lego, blocchi di legno, materiale di recupero con cui creano vere e proprie opere d’arte. Dove insieme piantano bulbi e innaffiano piantine nella loro serra personale.
    Un’educazione alla pluralità dei linguaggi che appartengono a ogni bambino e non sono declinabili diversamente in base del genere. Non c’è un linguaggio azzurro e uno rosa, ci sono 100 linguaggi che appartengono a ciascuno e che vanno sostenuti fin da quando i bimbi hanno pochi mesi.
    http://pinterest.com/mammaimperfetta/preschool-environment-reggio-approach/

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