Il problema dei file sorgente

8 gennaio 2013 | di
in design, Focus, lavoro, strumenti e risorse | 7 Commenti

Se avete qualche anno di lavoro sulle spalle, vi sarà senz’altro capitato un cliente che vi chiede i file sorgente. Con file sorgente si intende di solito il file originale che abbiamo utilizzato per creare di fatto il progetto: i file di InDesign per un catalogo, ad esempio (completi ovviamente di font e immagini editabili); i .psd a livelli di Photoshop, i .fla di Flash, i .raw per i nostri scatti fotografici.

Perché un cliente dovrebbe chiedervi un file sorgente?
Il più delle volte è per poterli modificare, cambiare, aggiornare. O meglio: per farli modificare, cambiare o aggiornare a qualcuno che non siamo noi. Magari (ma questa è tendenziosa, vi avviso) il figlio del cugino del titolare si è proposto di aggiornare il catalogo in cambio di una pizza e una birra.

La mia risposta in questi casi è sempre la medesima: non fornisco MAI i file sorgente. Punto.
I file sorgente contengono gran parte del valore intellettuale e del modo di lavorare del professionista. Quando un cliente commissiona un lavoro, il materiale richiesto corrisponde al risultato finale (per esempio, un esecutivo di stampa .pdf) e non al sorgente. Quindi il file sorgente non deve essere consegnato se non esplicitamente previsto dal contratto.
Certo: anche i file .pdf sono modificabili all’occorrenza: ma, concedetemelo, non è così facile (font in tracciati, immagini incorporate, password di protezione e così via).
Non credo sia corretto, insomma, che un altro professionista possa mettere troppo facilmente le mani sul nostro lavoro con la possibilità di smontarlo pezzo per pezzo, ricostruirlo, modificarlo, aggiornare dati e cambiare testi, per poi magari rivendere il lavoro.

È bene ricordare che i sorgenti – sia perché contengono la nostra creatività e il nostro modo di costruire un lavoro, sia per i diritti economici perduti con la cessione – possono essere eventualmente quantificati e di fatto acquistati dal cliente, separatamente dal file esecutivo già consegnato. C’è chi quantifica il costo (l’ho trovato in rete, beninteso, non è certo la legge) del sorgente in 10 volte tanto il costo della progettazione: se chiedo 2.000 euro per realizzare una brochure, il file sorgente in InDesign ne costerà 20.000.
Discutibile, ma serve per darvi un’idea.

I file sorgente sono di fatto coperti da diritto di paternità (Legge 633 del 22 Aprile 1941, e successive integrazioni, tra cui le due normative europee 96/9 e 91/250), anche in considerazione del fatto che i software di gestione dei suddetti file e dei relativi font utilizzati sono di proprietà del creativo stesso. Il designer in questo senso è tenuto alla sola consegna dei file esecutivi di stampa in formato pdf ad alta risoluzione realizzati in collaborazione con il cliente e da lui approvati, come prodotto finito e pronto per la stampa; la parte di ideazione, il processo di realizzazione, i singoli elementi della composizione (per intenderci: i font, che sono coperti da opportune licenze) e gli strumenti software utilizzati per assemblare il lavoro non sono in alcun modo cedibili.
Peraltro, le stesse leggi citate tutelano la firma dell’autore su un’opera, che non può essere soppressa senza l’approvazione dell’autore. Restano quindi riservati all’autore i diritti per eventuali utilizzazioni dell’originale diverse da quelle commissionate.
In questo senso, anche ammettendo l’eventuale fornitura dei file sorgente, il cliente non sarebbe comunque autorizzato ad elaborarlo, modificarlo o aggiornarlo senza il nostro consenso. E ancor meno sarebbe legittimato a ristampare il lavoro togliendo la nostra eventuale firma o, peggio ancora, mantenendola su un lavoro diverso rispetto a quello da noi approvato in ultima istanza.

Passatemi il paragone: sarebbe come pretendere che, pagando il conto al ristorante, il cuoco sia tenuto a fornirci pentole, padelle, ingredienti e finanche la ricetta utilizzata per la realizzazione del piatto che abbiamo mangiato. È questione, insomma, di deontologia personale: sappiate che, comportandovi così, con ogni probabilità perderete un cliente (ma se vi chiede i sorgente, chissà, evidentemente ha già qualcun altro a cui rivolgersi) ma ne guadagnerete in rispetto, onore e correttezza professionale.

Mi permetto un consiglio in merito a tutta la vicenda: scrivete due righe, al momento del preventivo. Non c’è bisogno di preparare un vero e proprio contratto, se non ve la sentite: vi basti specificare che il vostro lavoro prevede la fornitura di un file .pdf correttamente profilato per la stampa, ma NON del file sorgente con il quale l’avete prodotto.
Vendiamo soluzioni, idee, creatività: non svendiamo il nostro know-how.

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  • cirox

    forse però ragionando lato web design, dare i sorgenti può essere più utile che dannoso

  • Marco Bellante

    D’accordo con cirox, oltre che per le semplificazioni nel lavoro e oltre all’essere socio e responsabile di un’azienda che rilascia tutti i software sviluppati con licenza GPL e OpenSource…
    pensa a realtà come codecanyon o altre simili… io rilascio il sorgente ad un costo ragionevole, oltre al costo del lavoro senza sorgente, i vari iscritti alle comunità, diverse centinaia di migliaia sono tutti potenziali clienti. Es, il mio software o il mio video in flash o la mia immagine costa X in versione base, Y in versione multi-sito, Z in versione sorgente, in concreto il mio software costa € 300 senza sorgente, € 450 per 3 postazioni/utenti/siti senza sorgente, € 1200 con sorgente, su centomila iscritti mettiamo che circa 200 comprino la prima o la seconda versione (mi baso su dati realistici altrimenti la mia azienda avrebbe già chiuso :-D ) solo 30 acquisteranno quella con il sorgente perché a loro volta sviluppatori. 30×1200= € 36000 ovvero più della metà di quanto fatto con i 200.
    Dal punto di vista dell’investimento ci sta tutta come cosa… poi de gustibus ;-)

    • http://twitter.com/OniceDesign Stefano Torregrossa

      Il tuo discorso non fa una piega, ma sono i presupposti ad essere diversi da miei.

      Il primo: le differenze tra digitale e cartaceo. Giustamente citi esempi di software, codice, web: ambienti ben diversi dalla carta stampata. Intendo dire: se un cliente paga 1000 euro per un sito web e dopo due anni chiede un aggiornamento dei contenuti (che so: cambia la pagina Chi Siamo, aggiunge due prodotti in elenco, cose così) – dando per scontato che non ci sia una piattaforma di amministrazione che gli permetta di fare queste cose da solo –, cosa potrà costargli? Certamente una cifra irrisoria. Nella carta stampata il ragionamento è ben diverso, proprio perché il – facciamo un esempio – catalogo prodotti, anche a fronte di poche modifiche, andrà interamente ristampato; perché per ogni pagina aggiunta se ne devono prevedere almeno altre tre per restare nella scansione dei quartini; perché ogni ristampa prevede difficoltà di stampa per le quali può essere necessaria la presenza fisica del designer in tipografia; perché un file sorgente di un progetto in InDesign deve contenere necessariamente immagini in alta risoluzione e font completi che possono essere usati per altri progetti non autorizzati; perché (per come lavoro io) nel mio file InDesign ci sono Stili di carattere, paragrafo e oggetto che ho costruito e ottimizzato con non poca difficoltà. E così via.

      Il secondo: se parlo di idee non sto necessariamente ragionando solo in termini di guadagno. Altrimenti, potrei sostituire con testi e foto finte ogni mio singolo progetto e venderlo online per guadagnare di più: ma la mia creatività, la mia esperienza, il mio know-how, in un certo senso non sono in vendita. Io fornisco al cliente il progetto finito, approvato e pronto per la stampa. Il processo di creazione e gli strumenti che ho usato (e, di conseguenza, i file sorgente) restano e devono restare di mia esclusiva proprietà. Il mio guadagno va calcolato sul prodotto finito che vendo al cliente, non sulla messa in mercato delle mie competenze.

      Posso vendere (o regalare, se credo) le mie competenze: il web è pieno di tutorial, corsi, freebies e robe del genere, io stesso contribuisco per la mia piccola parte. Ma sono frammenti, pezzi, strumenti per la creatività, che vendo o regalo ad altri professionisti, in un modo indipendente dal singolo progetto commerciale e dal suo valore.

      • Marco Bellante

        Ciao Stefano,
        ovviamente ognuno si rimette al proprio campo di lavoro. Sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che la creatività non sia in vendita, perché intima e personale, ma ripeto, nel “mio” campo funziona in maniera diversa ed avendo scelto eticamente di sviluppare software open source e in alcuni casi totalmente free, i modi di far cassetto sono molto importanti ;-)

  • Diego

    Sono un grafico freelance e mi occupo principalmente di grafica su supporto cartaceo,
    devo dire che l’articolo letto mi stimola fortemente a cambiare atteggiamento nei confronti di questo aspetto del lavoro cioè la concessione gratuita del file sorgente di un lavoro svolto.

    Ora vedo la questione con un punto di vista differente da prima! Gli ingredienti della mia ricetta non li darò più a nessuno, effettivamente svelano le conoscenze maturate in anni d’esperienza!

    Metterò una dicitura chiara e leggibile nei contratti che farò in futuro, nel caso qualcuno voglia avere i file sorgenti è giusto che paghi.

    Sono proprio contento di aver letto questo articolo, un saluto a tutti i colleghi grafici ma soprattutto facciamoci rispettare!!!

  • http://www.facebook.com/nicola.pedrali.5 Nicola Pedrali

    Confermo e condivido… a quando un bell’articolo anche su etica e software originale? :)

    • Onice Design

      Giustissimo: se da una parte è il cliente a comportarsi male con noi, non dimentichiamo che ci sono moltissimi designer che hanno a loro volta responsabilità pesanti nel rovinare la percezione di un mestiere. Raccolgo l’invito e scriverò a breve un pezzo ;)

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