Abbiamo tradotto per voi un articolo di Brand New, sezione di Under Consideration, in cui l’autore Armin Vit afferma di odiare l’Helvetica per una serie di motivi, e ha preso come esempio il caso del restyling del logo della University of the Arts London.
Sicuramente ci sono delle riflessioni interessanti su quel determinato carattere (e sulla sua resa in questo caso specifico), ma ho paura che il tono sia troppo “estremista”.
A voi.

Fondata nel 1986 e inizialmente chiamata London Institute, la University of the Arts London (UAL), com’è stata poi ribattezzata nel 2004, è una rete di sei college – Camberwell College of Arts, Central Saint Martins College of Arts and Design, Chelsea College of Art and Design, London College of Communication, London College of Fashion, and Wimbledon College of Art – che si dedica ad arte, design, moda e media offrendo corsi di ogni livello dalle fondamenta al post-laurea e ricerca.
Sparsi per tutta Londra, i sei campus accolgono oltre 20.000 studenti e circa 1.200 persone nello staff.
Creative Review ha rivelato per primo la nuova identità per la UAL, realizzata dal socio di Pentagram Dominic Lippa, che ha portato a una serie di commenti da parte dei lettori, in maggior parte negativi.
Dichiarando che alla UAL non piaceva la sua identità, specialmente la resa visiva, Pentagram ha adottato un approccio completamente Helvetica. E adesso uccidetemi.
Ecco una selezione di citazioni dall’articolo su CR che elencava le dichiarazioni di Lippa e del responsabile per la comunicazione della UAL Dee Searle:
“[L’identità precedente] parlava di separazioni più che del valore aggiunto che si ottiene dall’unione di sei dei migliori college di art e design al mondo.”
“[C’era] una mancanza di rispetto per l’identità, non funzionava”, dice Lippa. “A loro non piaceva quella che usavano.”
“Arrivati ad un punto di rigetto della vecchia identità, le persone volevano qualcosa da utilizzare in modo più pulito, e penso siano soddisfatti del fatto che non l’abbiamo resa troppo complicata”, ha detto Lippa. “La tentazione è sempre di realizzare qualcosa di “troppo studiato”.
Per la Searle, è importante che la nuova identità non venga vista come fissa, ma “più che altro come un elemento unificante che permette al carattere di ogni college di venir fuori. E’ una prospettiva forte e d’impatto ma non dominante. E’ un progetto molto pratico e porterà beneficio al lavoro dei college”.
L’Helvetica è stato scelto specificamente per la sua “neutralità”, dice Lippa, ma anche perché è abbastanza robusto nella riproduzione a dimensioni più piccole.
[ via Creative Review ]

Ecco il logo precedente: ogni stella corrispondeva a uno dei college ed aveva un suo colore



Prima di tutto, togliamoci di mezzo la parte del giudizio così posso iniziare a lamentarmi dell’Helvetica. Il logo precedente era intrigante ma non nel giusto modo, per la maggior parte. Le stelle/asterischi, posizionati per rispecchiare la posizione geografica di ogni college sulla mappa di Londra era un bel concept e realizzato bene, ma il nome così lungo ed inclinato distraeva troppo e non era necessario.
Credo anche che non fosse facile lavorare con un logo del genere in tutti i materiali che un’università può avere. Il nuovo logo risolve tutti quei problemi ed altri potenziali problemi applicativi invitando le persone a riferirsi all’università come UAL e scrivendo tutto in grande (o in piccolo) in Helvetica.
Cosa potevano sbagliare? Nulla. Nulla può andare storto quando non c’è praticamente nulla, dal punto di vista grafico. La scelta è andata sulla resistenza zero, utilizzando un qualcosa che funzionerà bene in qualunque situazione e le applicazioni lo dimostrano: tutto è già pronto per essere pubblicato su Pinterest con un grosso Helvetica grassetto, allineato a sinistra e alla griglia. Evviva, cazzo.
Lippa riconosce i rischi del voler fare qualcosa di troppo “sofisticato” e ne abbiamo viste di identità troppo sofisticate, ma ciò non vuol dire che l’altro estremo sia la soluzione migliore, ancora meno per un’università che dovrebbe comunicare il potenziale creativo di un’istruzione basata sull’arte e sul design.
Non sto dicendo che l’identità dovrebbe sembrare un progetto da Project Runway, ma qualcosa che almeno spinga il design verso l’espressione dei valori di un’istituzione sarebbe stata molto gradita. Quello che mi dice questa identità è che la UAL non è nient’altro che una fabbrica di stampini: in questo caso, studenti con abilità uguali e senza caratteristiche di differenziazione. Quindi no, non credo che sia un re design positivo.
Parzialmente per le ragioni sopra esposte, ma in maggior parte perché l’Helvetica è la peggiore scelta possibile nella progettazione di un’identità seria nel 21esimo secolo.
Perché Armin Vit di Brand New odia l’Helvetica
Per quanto concerne la realizzazione dell’identità visiva l’Helvetica è un pilastro dell’immagine coordinata degli anni ’60, portato avanti con passione smisurata da Massimo Vignelli e Unimark negli USA e da Total Design in Europa. Ha aiutato a mettere da parte i loghi decorativi e presentare un volto unico per aziende di tutti i tipi.
Era, a suo modo, una tecnologia unificante di quell’epoca, che stabiliva uno standard specifico di come dovesse essere un logo. Ed è proprio questo il mio problema più grande con l’Helvetica: tecnologia, principi, estetica degli anni ’60.
Volete sapere un’altra tecnologia degli anni ’60? Il telefono a disco. Il linguaggio di programmazione BASIC. Cose che abbiamo prodotto negli ultimi 50 anni ed abbiamo smesso di usare quando sono arrivati prodotti nuovi, più funzionali e più al passo con i tempi.
Oggi esistono decine di caratteri sans serif contemporanei che migliorano la resa e l’estetica dell’Helvetica ma comunque alcuni designer continuano ad usarlo come se fosse il carattere definitivo. Non lo è. Solo perché è stato glorificato come i completi e l’abbigliamento che vediamo in Mad Men non vuol dire che sia ancora la scelta giusta. Non vediamo oggi gente vestita come Don Draper o Lane Pryce – l’uomo d’affari equivalente di un carattere commerciale – perché la moda è cambiata, gli atteggiamenti sono cambiati, il mondo è cambiato.
Però, come gli scarafaggi, l’Helvetica sembra essere destinato a sopravvivere al del tempo, in ogni modo. Quando vediamo qualcuno camminare per strada, oggi, vestito come un uomo d’affari degli anni ’60, pensiamo (io almeno) “che imbecille”. E’ lo stesso pensiero che faccio quando vedo utilizzare l’Helvetica.
Il motivo principale dell’utilizzare l’Helvetica è che è “neutrale”. E’ una stronzata immane. Non c’è niente di neutrale nell’Helvetica. Scegliere l’Helvetica ha lo stesso significato e le stesse connotazioni di qualunque altro carattere. Ha i lati positivi di qualunque altro carattere concepito per non avere bisogno di abbellimenti.
L’Helvetica è la bicicletta senza cambio dei caratteri: più semplice possibile, ma comunica la stessa complessità di tutti gli altri.
Lottare per l’indipendenza e andare contro il padrone, fregandosene (in teoria) di ciò che pensano gli altri o di essere legato ai miglioramenti che “l’uomo” ci impone. L’Helvetica è vecchio. E’ antiquato. Nessuna azienda, servizio o prodotto si merita l’Helvetica nel 21esimo secolo più di quanto qualcuno meritasse di essere seduto su una poltrona da dentista negli anni ’60.
Mi sbaglio? Probabilmente sì. Siete in disaccordo? Probabilmente sì. Me ne frega qualcosa? No, finché non usate l’Helvetica.
Articolo originale – New University of the Arts London Logo, or Why I Hate Helvetica di Armin Vit
Traduzione a cura di Luigi Ferrara
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