Troppo spesso le aziende credono erroneamente che un testimonial d’eccezione possa colmare le lacune creative in pubblicità. A partire dal famoso spot Yomo con Beppe Grillo, la cui presenza (all’epoca) simpatica e ingombrante fagocitava il prodotto, tanto che alla fine tutti ricordavano lo spot ma non cosa si stesse pubblicizzando; fino ad arrivare ai giorni nostri con Antonio Banderas, il volto della nuova campagna pubblicitaria di Mulino Bianco.

Con sette nuovi film di ispirazione cinematografica, il famoso mulino di Chiusdino – la cui immagine ci accompagna ormai da qualche generazione – apre i battenti e presenta il suo interno.
Banderas interpreta l’”uomo del mulino”, un affascinante mugnaio che lavora al suo interno in solitaria, accompagnato dalla fedele quanto legnosa gallina Rosita, e che sforna con passione prodotti gustosi e di qualità.
Da aprile, il primo dei sette spot è entrato in programmazione (Tarallucci)… e le mie perplessità non sono state le sole.
Andiamo con ordine.
Un primo tweet di Selvaggia Lucarelli, boccia irrimediabilmente il testimonial, inadatto a succedere alla Famiglia del Mulino Bianco (che ci ha ossessionato per anni nella sua perfezione) a causa del passato turbolento della sua compagnia.
Banderas testimonial di Mulino bianco. Con la Griffith tra droga, alcolismo, botulino,orge e depressione,classica famiglia da mulino bianco.
— Selvaggia Lucarelli (@stanzaselvaggia) April 11, 2012
Martina Liverani da Dissapore.com pone l’accento sullo strano cambio di attenzione della comunicazione: dal consumatore (la famiglia felice sarà diventata demodè in tempi di divorzi e famiglie allargate?) al produttore.
La ShitList ci delizia con una serie di domande (ancora senza risposta) di cui non vi anticipiamo nulla, ma che invitiamo a leggere qui ;)
Mentre Sabrina Lucini su Manageritalia.it punta il dito sul vero problema.
Mi aspetterei un maggiore rispetto per il senso critico e la capacità di valutazione delle signore del Bel Paese.
Ecco il punto. Il ritorno degli stereotipi.
Se per vendere un’auto sportiva, destinata a un target prettamente maschile, bisogna abbinargli una donna-oggetto provocante, probabilmente per un target femminile “tipo” basta esporre due braccia muscolose e un esotico accento spagnolo (forse per scatenare un effetto alla “Un pesce di nome Wanda”?).

Dunque l’ipotesi di spostare l’attenzione dal consumo alla produzione, per enfatizzarne la qualità e la scelta di ingredienti sani e genuini, non regge.
Allora qual è la strategia?
- E’ solo un esercizio formale? (ottima la fotografia, affascinante il protagonista, calde ed invitanti le atmosfere)
- E’ un sequel di “Ti piace vincere facile (con lo stereotipo)?” – bon ci bon ci bon bon bon…
- “I soldi c’erano, c’è mancata solo l’idea?” come suggerito da La ShitList?
- … continuate voi.
Ai posteri l’ardua sentenza (possibilmente dopo aver visionato tutti e sette i film preannunciati).
La campagna, con il claim “Un mondo buono”, è stata ideata in collaborazione con l’agenzia JWT Italia.
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