Kerning Conference 2016: il Resoconto

by • 13 Giugno 2016 • Focus, Ispirazione, TipografiaCommenti disabilitati su Kerning Conference 2016: il Resoconto991

L’1, 2 e 3 Giugno si è tenuta a Faenza la quarta edizione della Kerning Conference. La formula è ormai collaudata. I primi due giorni sono dedicati ai workshop – quest’anno sono stati quattro – il terzo alla conferenza, dove si affrontano temi legati alla tipografia con il contributo di importanti ospiti internazionali. Quest’anno si è parlato di type design, di progettazione grafica, di tipografia nelle pagine web, di calligrafia, di fonderie italiane tra il 1800 e il 1900, del futuro della tipografia.

Tiragraffi ha avuto l’onore di essere media partner anche quest’anno.

Sotto il resoconto della conferenza di Stefano Torregrossa (OniceDesign) e Ciro Esposito.


Jonathan Barnbrook

Barnbrook è uno dei più noti designer inglesi, noto negli ultimi anni soprattutto per la sua collaborazione con David Bowie. Con il Duca Bianco, Barnbrook ha collaborato alla realizzazione del packaging per i suoi ultimi quattro album. Il designer ha mostrato il lavoro fatto per “The Next Day” – dall’idea alla progettazione del font –, diventato rapidamente virale grazie ad un semplice quadrato bianco con il nome dell’album applicato sul volto di Bowie. Nascondendo l’artista, Barnbrook lo ha idealizzato, trasformando “The Next Day” in un sistema iconico applicabile a tutto: poster di moda o eventi, foto di gatti, persone qualunque. In molti hanno inondato la rete con i loro ritratti nascosti dal quadrato bianco.

Completamente diverso l’approccio per l’ultimo album di Bowie, “Blackstar”. Minimale e simbolico, Barnbrook ha usato l’icona nera della stella trasformandola in un segno grafico per eccellenza, distintivo e riconoscibile. La sua declinazione in un font (che pure ha sollevato critiche per la poca leggibilità – argomento di cui, per inciso, a Barnbrook interessa relativamente) è stata l’ideale compimento del suo lavoro.

Durante il suo intervento ha raccontato come è nata la collaborazione con Bowie e si è anche avventurato in sua una divertente imitazione, ricordandolo come un uomo e artista straordinario, poliedrico ed estremamente sensibile anche alle tematiche del design.

Barnbrook ha poi mostrato anche i progetti legati alle collaborazioni con Occupy London, Dismaland di Bansky e quelli relativi alla sua type foundry Virusfonts.

 

Barnbrook

Jonathan Barnbrook – Why bother designing other typefaces? #keming

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Marta Bernstein

Marta Bernstein docente di type design e partner di Incipit e CAST, ha iniziato con una interessante domanda: che fine ha fatto la tipografia italiana tra Giambattista Bodoni e la fonderia Nebiolo? Tra il picco produttivo del parmigiano nel 1800 e la storica industria Nebiolo di Torino nel 1900, non c’è stato nulla in Italia? In realtà, l’Italia ha continuato per un intero secolo a mantenere viva la tipografia; e buona parte delle microrealtà tipografiche dell’area piemontese, a fine 1800, si sono poi condensate proprio nella mitica Nebiolo.

L’indagine di Marta Bernstein, complessa e approfondita, è configurata come un grande viaggio tra personaggi, geni, industrie, piccole imprese, laboratori artigiani, innovazioni e sperimentazioni: anche nella penombra di un secolo (solo apparentemente) buio per la tipografia italiana, i grandi artigiani del nostro paese hanno mantenuto viva la tradizione che, dal 1500, ha reso l’Italia una delle patrie mondiali della tipografia e della stampa.

 

Bernstein


Richard Rutter

Richard Rutter torna per la seconda volta al Kerning. Inizia con una citazione del 2006 di Oliver Reichstein: “Il web è al 95% tipografia”. Il suo intervento vuole evidenziare come la tipografia sia una delle chiavi di volta per evitare quella che lui chiama “sameness”: i designer hanno forse smesso di sognare, di osare? Il web, è un dato di fatto, tende ad essere sempre più uguale a se stesso. Una tipografia che sappia “sedurre” diventa dunque componente fondamentale in ogni progetto digitale.

L’umore e i sentimenti delle persone possono essere influenzate dalla tipografia? Sì. A dimostrarlo, ci sono numerosi studi applicati. Le stesse caramelle, presentate con la scritta “EAT ME” in caratteri diversi, diventano più o meno dolci per chi le assaggia. Perché la tipografia ha una componente cosciente (quella legata alle informazioni, al contenuto) ma anche una inconscia (che ispira emozioni e sentimenti). I caratteri, insomma, non sono solo letti come veicolo di un contenuto, ma anche come immagine, forma.

Richard Rutter sta scrivendo un atteso libro sulla web typography, nel quale alternerà nozioni tecniche di CSS a best practice tipografiche.

Richard Rutter ha poi condiviso sul suo sito le slide del suo intervento.

 

rutter

Richard Rutter at #kerningconf

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Mark Simonson

Tutti si aspettavano da Mark Simonson – creatore di uno dei più noti e usati font sul web, Proxima Nova – una lunga disanima del percorso creativo che lo ha portato alla produzione del suo carattere. Al contrario, Simonson ha scelto un approccio storico: il suo intervento era focalizzato sull’evoluzione del mestiere del type designer. Dalle origini della tipografia con punzoni e matrici fino al pantografo, per arrivare al phototype setting degli anni ‘60, alla nascita della International Typeface Corporation nei ‘70 e infine al digital typesetting e ai primi Macintosh, che hanno definitivamente rivoluzionato il mercato della tipografia. Morris Fuller Benton, Frederic Goudy, Tommy Thompson, sono solo alcuni dei grandi nomi della storia della tipografia citati da Simonson.

Oggi i caratteri, conclude, sono dati. Scalabili, di qualità, non si degradano e non invecchiano. E grazie agli strumenti digitali, è sempre più facile produrli, diffonderli e conservarli. Quale futuro, quindi, aspetta la tipografia? Secondo Simonson, i computer renderanno sempre più facile la produzione di nuovi caratteri. Ma questo non potrà prescindere dalla qualità umana del type designer: emozione, gusto, stile, sono componenti che nessun software saprà imitare. In sostanza, secondo Simonson nel futuro avremo sempre più font, ma sempre meno type designer di valore.

 

mark-simonson


Luca Barcellona

Attesissimo l’intervento del calligrafo Luca Barcellona che, mai come oggi, ha saputo trasformare una passione di tendenza come la calligrafia in un mestiere invidiato e richiesto dai più grandi brand internazionali. Inizia parlando di passione, e di come sia importante mantenerla viva anche quando diventa un lavoro.

Il suo processo creativo (che parte sempre e comunque da uno sketch su carta), dice, non serve ad evitare gli errori: anzi, l’imperfezione è una componente necessaria della calligrafia. La rende umana, viva, organica. La calligrafia è un’arte spirituale: lo dimostra la storia della scrittura manuale in estremo oriente e un interessante video, mostrato da Barcellona, dove i gesti di un karateka e i suoi tratti di pennello su un vetro trasparente si inseguono e si ispirano a vicenda.

“Black fire on white fire” era il titolo della Kerning 2016, ben raccontato nel poster ufficiale (non a caso, disegnato da Luca Barcellona). Un calligrafo – e un designer, in generale – non scrive mai in nero su bianco. Ma scrive con nero e bianco: è nell’equilibrio del pieno e del vuoto, come insegnano bene gli orientali, che si nasconde il vero segreto della calligrafia.

 

barcellona


Mark Boulton

Divertente e attuale, Mark Boulton (design director in Monotype) ha incentrato il suo intervento sulla creazione dei cosiddetti “design system”: i complessi sistemi di regole (tipografiche, grafiche, cromatiche) che costituiscono l’identità di un brand.

Il suo racconto parte da uno degli ultimi clienti del suo studio (prima che fosse acquisito dalla Monotype): il CERN di Ginevra. Come raccontare correttamente la scienza, complessa e difficile, anche al pubblico comune? La sfida, in sostanza, era trovare un linguaggio che potesse stupire i non-scienziati e informare gli scienziati, senza confondere i due target.

Il problema dei sistemi di design, continua, è che sono distributed (cioè diffusi capillarmente nell’azienda), devolved (vengono manipolati da decine o centinaia di attori diversi) e degrading (cioè: nel tempo si modificano, allontanandosi dall’originale). La chiave, secondo Boulton, è comprendere come un design system non debba essere un sistema chiuso e immutabile, una serie di regole e guidelines vincolanti e definitive. Al contrario, bisogna creare un sistema visivo che lasci agli utenti la libertà di essere creativi: un framework per la creatività, più che una prigione. In questo modo il sistema resta sotto controllo anche se capillare, coinvolge attivamente tutti gli attori nel suo mantenimento e permette di monitorarsi nei cambiamenti progressivi.

 

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Gerry Leonidas

Gerry Leonidas è un ricercatore e docente di tipografia e type design presso l’Università di Reading in Gran Bretagna.
Il suo intervento (dall’affascinante titolo “Zombie Typography”) prende il via dalla constatazione che, negli ultimi 50 anni, la tipografia è stata data per morta decine di volte. Tuttavia, non solo la tipografia è più viva che mai: ma, dopo ogni annuncio, è rinata più forte e diffusa anche tra i non addetti ai lavori.

Il suo intervento è forse l’unico davvero centrato sul futuro della tipografia. La sua domanda è: in che modo l’editoria digitale, la diffusione di supporti mobili e i contenuti multimediali stanno influenzando le nuove generazioni? Perché l’educazione ufficiale e i sistemi scolastici temono con scetticismo queste nuove tecnologie? Perché mentre i ragazzi a casa usano tablet e computer con una naturalezza mai conosciuta prima, a scuola ricevono solo fotocopie e vecchi testi cartacei? Eppure le possibilità di sviluppi educativi attraverso le nuove tecnologie sono enormi: dall’interazione alla peer-review, dal confronto alla formazione dei nuovi docenti.

Anche la tipografia sta cambiando. Nessuno, oggi, userebbe smileys ed emoticon in una comunicazione di lavoro ufficiale. Ma forse i nostri figli lo faranno, in futuro, quando la digitalizzazione e i suoi linguaggi saranno diffusi ovunque. La tipografia (come l’editoria classica), secondo Leonidas, deve scendere a patti con il concetto che la materia non è più il valore: la carta, la confezione, il carattere digitale, oggi non valgono più niente. È la loro funzione, il modo in cui vengono usati dagli utenti, a fare la differenza. Non ha quindi più senso chiedersi se è giusto disegnare nuovi caratteri. La domanda corretta deve essere: “Posso comunicare qualcosa di nuovo ad un nuovo target? Posso trovare una nuova funzione per questo carattere?”

Gerry Leonidas ha poi condiviso online le slide del suo intervento.

 

leonidas


Sumner Stone

L’ultimo intervento è affidato a Sumner Stone, fondatore della Stone Type Foundry e art director di fama internazionale. Anche lui sceglie la chiave storica per la sua speech, con una lunga analisi della storia della scrittura, illuminando in particolare quanto, da sempre, sia l’outline delle lettere il vero cuore del loro design.

Che differenza c’è, chiede al pubblico, tra disegnare una lettera e scrivere una lettera? Entrambe le azioni prevedono movimenti controllati. Tuttavia, nel disegno si tenderà più facilmente a tracciare il contorno della lettera (e magari, riempirne il vuoto in seguito); nella scrittura, invece, i movimenti usati per creare la lettera restano visibili nei cambi di pressione, spessore e direzione dello strumento.

La sua speech ha proseguito attraversando le grandi ere della tipografia: dall’incisione alla scrittura su pietra, dal mosaico all’attenzione per la geometria del Quindicesimo secolo, fino all’era contemporanea.

 

stone

#keming #sumnerstone #bodoni #interpolation

A photo posted by Giancarlo Gamberini (@giancarlogamberini) on


Conclusioni

La Kerning Conference è come sempre organizzata splendidamente,con quattro interventi al mattino e quattro al pomeriggio, nella splendida cornice della città medievale di Faenza. L’impressione generale è di un evento in grado di imporsi davvero a livello internazionale: a dimostrarlo, la presenza nel pubblico di grandi nomi della tipografia (tra gli altri: Bruno Maag e Vincent Connare, già intervenuti come speaker negli anni scorsi). La chiave di volta di un completo riconoscimento potrebbe forse essere uno sguardo più attento al futuro che al passato della tipografia: guardare indietro e scoprire la storia di questo percorso è senz’altro una componente fondamentale (lo dimostrano gli interventi di Marta Bernstein e Mark Simonson). Ma è il futuro della tipografia (come ben mostrato da Gerry Leonidas e Mark Boulton) – in un’era dove il valore dei caratteri è in discussione e nascono in continuazione  strumenti digitali fai-da-te per progettare font – che dovrebbe essere nel vero interesse delle prossime edizioni di Kerning Conference.

Nei saluti finali Simone Wolf (facilitator dell’evento in tutte le edizioni) ha ricordato di come quella del Kerning era una scommessa e che l’idea iniziale era farne una sola edizione. Per fortuna siamo arrivati alla quattro e ora attendiamo la quinta. All’anno prossimo!

Sulla pagina Facebook di Kerning tutte le foto della conferenza.

 

Vincent Connarè

Vincent Connarè

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