Come vanno le cose tra grafici… (il caso del packaging della “pasta di capelli”)

by • 25 Marzo 2016 • Focus, PackagingComments (3)2404

Qualche giorno fa ho scritto un articolo su di un progetto Behance che sta diventando virale sul web e che sicuramente avrete visto anche voi: “la pasta di capelli” (nda. tono ironico).

sjhlkah-680x366Avevo avuto l’impressione che molte persone non del settore avessero pensato che quel pack fosse reale o che almeno potesse diventarlo: “perché vorremmo confezioni così sui nostri scaffali!”.
Una piccola rivoluzione dell’estetica insomma, un bisogno represso di cose nuove (che tra l’altro condivido).
Però, conoscendo un po’ anche la storia del graphic design, mi sembrava che tutte queste aspettative fossero mal riposte, che questo pack non meritasse così tanta attenzione: tutti quelli che lavorano da un po’ come grafici o art director avranno prodotto o visto negli anni decine di mockup (ovvero simulazioni del progetto fatte per le presentazioni al cliente o interne all’agenzia) con idee rivoluzionarie che non sono durate lo spazio di un mattino.

Quindi mi sono imbarcato in un’analisi tecnica sulla grafica (per quanto mi riesce: sono un autodidatta e ho molte lacune) e sulle risposte del mercato, che non sono quelle della “ggente” (che poi se non la si definisce la gente resta come una bella frase in un canzone di Umberto Tozzi: “gli altri siamo noi”), ma le valutazioni dei committenti (GDO, canali di distribuzione, negozianti, etc) e del produttore (immaginando che quella pasta vada in produzione). Per eccesso di zelo (e anche naiverie lo ammetto) ho motivato le mie supposizioni mostrando un case history dal mio portfolio, proprio di un prodotto rimasto allo stadio di mockup che non è passato in produzione e che io (e l’agenzia all’interno della quale è stato sviluppato, quindi approvato dal reparto creativo e direzionale) avevo progettato proprio con l’intento di farlo risaltare a scaffale.

 

La condivisione

Per aprire una discussione per divulgare l’articolo, in modo che non rimanesse circoscritto solo ai lettori del mio blog, dato che mi sembrava un argomento che meritasse più visibilità, ho condiviso l’articolo su tre gruppi Facebook di grafica e creatività.
Sono bastati due giorni a farmi pentire di quello che avevo fatto.
Ci sono stati molti commenti.
La maggior parte dei commenti sono stati riferiti alla mia persona, tutti poco eleganti ovviamente; la maggior parte di chi ha commentato lo ha fatto solo leggendo il post con cui condividevo l’articolo su Facebook e senza leggere l’articolo sul blog; molti non hanno nemmeno letto il titolo dell’articolo (cioè “un caso di grafica da mockup: la pasta di capelli”), apostrofandomi e dicendo che quello era un mockup (ottenendo un effetto grottesco notevole!).

Il meccanismo è quello della gogna mediatica, per fortuna limitata la mia, dato che, giustamente, non mi conosce nessuno! Mi sono esposto ed è normale prendersi qualche insulto e molte critiche. Lo sapevo già.

 

gogna

 

La community dei grafici è un Cerbero

Sono arrivato alla conclusione, dato che conosco i miei polli, che non esiste una community dei grafici (infatti le associazioni dei progettisti tipo AIAP o altri professionisti competenti non rientrano in questa casistica), ma solo un piccolo esercito di persone che si trova d’accordo quando critica, alcuni con tipologia da blando Troll (fenomeno ormai studiato nelle università) che evaporano quando li si chiede cortesemente di argomentare citando ciò che hanno scritto.

 

Le argomentazioni

A dimostrazione di ciò, mi ritrovo con tanti commenti sulla mia persona e sul mio lavoro, ma quasi nessuna critica a ciò che dico riguardo alla grafica: nessuno ad esempio che puntualizza e dice quale sia il font usato, o che un pack bianco su cartone necessiti oppure no di qualche accortezza in stampa.
Insomma nessun grafico (progettista o esecutivista che sia) che discuta di grafica!

Dato che nell’articolo faccio una simulazione dei processi di valutazione che quel mockup dovrebbe affrontare, accenno anche ad un minimo di Mass Marketing (non sono certo un esperto, quindi mi limito a poche osservazioni) e a quali sono i canali di vendita possibili e le loro diverse problematiche.
Alla fine concludo, con un sacco di SE perché sto simulando e dò una mia opinione, che quel progetto di mockup non andrebbe in commercio.
Molti mi criticano, ma ce ne fosse uno che abbia pensato che forse il lancio di un nuovo prodotto in GDO viene supportato da indagini di mercato e interviste ai potenziali acquirenti: “se piace a me e a mio cugino vuol dire che piacerà a tutti!”. Nessuno che mi critichi quando cito quello che, secondo me, è il modello di riferimento di acquirente medio per la pasta che è un prodotto di uso “quotidiano”, ovvero donna ultraquarantenne. Tutti presi solo a dare opinioni, spesso a vanvera.

 

E mai che mi sia venuto in mente, di essere più ubriaco di voi
F. De Andrè

 

Le conclusioni sul mestiere di grafico

La nostra società consumistica e occidentale si basa sull’individualismo e sulla promessa di farti emergere. Crea false aspettative, come ad esempio che un mestiere come il grafico – che può essere inteso sia come professione tecnico-artigianale che come professione progettuale e intellettuale – non abbia bisogno di tanta preparazione, studio e soprattutto esperienza sul campo.
Fare grafica è cosa figa, creativa, in cui poter esprimere la propria speciale individualità!
E vai!
Ecco smettiamola con questo luogo comune: fare grafica è un mestiere duro, divertente quanto gli altri mestieri (il fioraio ad esempio), poco valorizzato dalla committenza e soprattutto, come dico nell’articolo, che deve sapersi inserire all’interno di un processo produttivo e commerciale gestito da persone che spesso hanno studiato per molti più anni di noi in materie ben più complesse della grafica.
E soprattutto che la grafica non è un fatto estetico, quindi soggettivo e individuale: fare grafica è un atto pubblico, che unisce all’estetica la funzionalità e l’utilità.

 

Se volete leggere il mio articolo, potete farlo qui.
Nel caso vogliate apostrofarmi, siate creativi e cercate di non usare le parole che sono state già usate ampiamente e che vi elenco: autrice, vanitoso, frustrato, invidioso, saccente, presuntuoso, palloso, acido.
E sono già state usate frasi come: “non è bello giudicare un collega” (?!); i tuoi pack sono brutti; i capelli nel piatto non fanno schifo; alla gente piace; “ma questo è un mockup!”. Mi hanno già fatto lezioni di marketing, di grafica e mi è stato anche detto che io, Munari, Poincaré e la GDO siamo contro il sentimento della gente.
Poi, apostrofate pure. 

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3 Responses to Come vanno le cose tra grafici… (il caso del packaging della “pasta di capelli”)

  1. Angela Santoro ha detto:

    Più chiaro di così si muore, e come indagine di mercato io l’ho condivisa e devo dire che i like li ha ricevuti sia su Fb che su Linkedin… Bella diea, ed è vero c’è bisogno non solo di rinnovamento (che parte anche da queste piccole cose di uso quotidiano) ma anche di creatività che non sia scopiazzatura…

  2. Alessandro ha detto:

    grazie Angela

  3. Roberta ha detto:

    L’analisi è disarmante, tanto è vera. Un grande abbraccio e complimenti!