Di che tipo di graphic design abbiamo bisogno?

by • 16 Dicembre 2014 • Advertising, Comunicazione, Focus, IllustrazioneComments (0)2773

Il graphic design è permeante, quasi come l’aria che respiriamo. È dappertutto, dovunque ci sia una informazione da comunicare, il graphic design è lì: bello o brutto che sia.
Più assolve alla sua funzione di organizzazione delle informazioni e più resta invisibile alla comunicazione.

antoine+manuel-uzes14

 

Alcuni pensano che il graphic design migliore sia quello che non si nota.
Questo è assolutamente vero quando ci si occupa di comunicare delle informazioni in modo neutro, che non hanno bisogno di veicolare emozioni: segnaletica, didattica, informazioni pubbliche, manuali, elenchi del telefono, etc.
Ma cosa succede quando il graphic design deve assolvere anche una funzione più profonda, cioè veicolare l’emozione legata a delle informazioni?

È il caso di un festival o di un concerto: avete bisogno assolutamente delle informazioni (dove si svolge, a che ora, come prenotare e cose del genere), ma avete bisogno anche di capire come quell’evento può farvi sentire e se vi piacerà. Se sapete già di cosa si tratta non ci sono problemi, ma se non lo sapete?
Avete bisogno di qualcosa di più.
Di informazioni aggiuntive, anzi di emozioni.

 

david-plunkert

 

peter-bankov

 

E in questo caso la grafica moderna non riesce ad assolvere sempre la sua funzione.
Ha paura di scadere nel bozzettistico, nel vintage, nel dilettantesco e così preferisce una impostazione gelida e razionale, lasciando da parte tutte le emozioni.
Eppure le persone hanno bisogno di “sentire”, di essere coinvolti.

In Italia si è persa tutta quella tradizione di grafica “popolare” e di alta professionalità fatta da artigiani (non progettisti) che invece resiste anche in paesi tecnologicamente più avanzati del nostro.
Basti pensare alle scritture a mano dei Sign Painter statunitensi, dei calligrafi dell’estremo Oriente, degli affichiste francesi e spagnoli. Tutte le società tendono ad affidare un certo tipo di comunicazione, forse meno evoluta dal punto di vista dell’organizzazione delle informazioni, a questa forma di artigianato grafico.

 

michel-bouvet

 

In Italia questo spazio potrebbe essere rioccupato da alcuni illustratori, o da quei graphic designer ibridi che sanno dipingere e disegnare e non vengono ritenuti credibili dagli altri designer quando mescolano le cose.
Le persone sentono il bisogno di vedere qualcosa che non sia gelidamente rigido e razionale, perché la natura che ci circonda è troppo complessa e variegata per essere ridotta a semplici forme geometriche.
Si arriva così al paradosso che un processo altamente tecnologico e razionalizzato diviene una semplificazione estrema e povera che toglie ricchezza ed emozioni alla comunicazione.

Huntertwasser, pittore e architetto austriaco, estremista dell’Art Noveau, diceva che la linea retta in natura non esiste e l’ambizione dell’uomo a regolarizzare tutto con il righello lo porta ad ammalarsi, perché si allontana ogni volta dalla realtà in cui vive.

Anche se la scienza moderna e l’osservazione ci hanno fatto scoprire che a livello microscopico tutto in fondo è geometrico,  questo non giustifica il fatto che alla bellezza e alla complessità della creazione, si preferiscano il vuoto e la facilità degli angoli retti spacciandoli per essenzialità.
L’essenza è da un’altra parte e quando c’è, la si percepisce (pensate al “Quadrato nero” di Malevic…).

 

black-square-malevic

 

Insomma, siamo uomini o caporali?
Vogliamo il regime dittatoriale delle linee e della geometria oppure preferiamo l’apparente caos della natura?
L’architettura razionalista, rigida e semplificata oppure quella complessa, organica e viva di Gaudi e Huntertwasser?

Ecco, dovremmo pensare un po’ di più al cuore di chi guarderà i nostri prodotti di comunicazione, invece che concentrarsi solo sulla loro mente.

 

Pin It

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *