Chiacchierando con Vincenzo Sparagna

by • 7 Novembre 2014 • Focus, IntervisteComments (0)1596

sparagna_intevistaHo incontrato Vincenzo Sparagna (Bagnoli a Napoli, 1946). L’occasione, strana ma vera, è stata la sua personale L’arte Mai Vista: un evento raro. Infatti si tratta della sua seconda mostra, dopo, quella che nel 1966, a soli 20 anni, lo vide esporre al Maschio Angioino di Napoli.
Tra evidenti reminiscenze seicentesche e un’urgenza prettamente contemporanea, le opere esposte presso la Galleria 291 Est di Roma sono una serie di grandi e piccoli disegni a china su carta: I Sette Vizi Capitali dopo Bosch (1965), Burattinaio (1973), Le Comari (1973), Notte nel deserto (1965) , Alchimista (1980), ed altri.

In questa nicchia, trasposizione della Galleria/Museo di Frigolandia, tra numeri di Frigidaire e Vomito, è avvenuto uno straordinario “dialogo”: generazionale, emotivo, empatico ed ironicamente esistenziale. Faccia buona da “nonno” (ndr. non me ne voglia!) e occhi da fanciullo, vivaci, intensi, vividi nello scintillio della grande avventura Frigidaire: ecco il mio ritratto di Vincenzo Sparagna.

sparagna_001E in lui, i segni di una piccola grande rivoluzione, ci sono tutti! Anche quando il ricordo si fa amaro, critico, Vincenzo – mi ha chiesto di dargli del tu – rimane pacato, mai scostante, nella consapevolezza che il mondo non si cambia ma che smettere di provarci fa morire dentro.
Nelle sue parole respiri un forte senso di libertà, la stessa che “vincola” la prima Repubblica Marinara di Montagna, fondata sulla libera espressione della propria fantasia: né stato, né Nazione, essa è la Città dell’Arte Mai Vista.
Il tempo allora si ferma, e anche se non l’hai mai vista, già sei a Frigolandia.

L’intervista che segue è di quelle singolari, che presuppongono un’auto-interrogazione ad ogni risposta; di quelle, che non rinnegano una pervasiva essenza, palpabile dal vivo come da uno schermo.

Per rompere il ghiaccio, inizierei da ciò che accade a Frigolandia.

Abbiamo realizzato questo strano, insolito centro di attività culturali, dove naturalmente realizziamo i nostri Frigidaire e Male. Qui organizziamo seminari di disegno, di acquerello, di incisione sul linoleum, di scrittura creativa e satira, tra gli altri. Attualmente stiamo valutandola candidatura per un seminario di yoga finalizzato a risate liberatorie: se verrà attivato speriamo di ridere anche noi!
Detto ciò, Frigolandia è innanzitutto un luogo, formato da un gruppo di edifici, con diversa fauna e un parco di due ettari da cui si possono organizzare escursioni: poiché oltre ad essere una Repubblica Fantastica è anche un luogo reale, affittato fino al 2045. È nostro dal 2005, sulla base di un bando pubblico per la redistribuzione di terreni abbandonati del Comune di Giano dell’Umbria. Lo abbiamo inaugurato il 25 Aprile 2006 con la nostra sesta festa dei Frigoriferi Intelligenti, dei quali, per tradizione, il 25 Aprile di ogni anno festeggiamo la liberazione: e anche se non sappiamo bene che cos’è, di sicuro qualcuno lo capirà.
Frigolandia è la prima Repubblica Marinara di Montagna, perché non ci interessava una scontata Repubblica Marinara, ma volevamo qualcosa di più originale! Qui sorge la città dell’Arte Mai Vista, con un Museo ad essa dedicata, dove esser vista per la prima volta. Viviamo insieme ai nostri concittadini immaginari, i quali acquistano il loro passaporto con una quota di sostegno di 100 euro all’anno. Dopo 9 anni, siamo 520, riscontrando partecipazioni di artisti, giovani, anziani, operai, amici e amiche. In realtà diciamo che a Frigolandia, come amo ribadire, c’è un incontro di anime. In questo senso è un luogo molto bello.

Come nascono Frigidaire, Male e Vomito?

La storia è lontana, ma riassumendo Frigidaire è stata fondata nel 1980 e ci abbiamo lavorato fin dal 1979. Tutto è nato in realtà dall’incontro avvenuto nella redazione di Male, dove ero condirettore, con il gruppo di Cannibale, da me molto ammirato. La rivista, nata nel 1977, purtroppo ha chiuso non avendo un riscontro di pubblico, ma dal suo gruppo, unito a quello di Male, abbiamo pensato di far nascere una rivista diversa, che potesse usare però la stessa libertà di inventare temi di comunicazione nuovi, sia nella satira, che nel fumetto, fino ad abbracciare tutti gli altri campi: la letteratura, l’arte, la cultura in generale, la scienza.
Quindi Frigidaire è nata da subito come una sorta di Enciclopedia Illuminista dei tempi moderni, un’antropologia del presente. Un modo per raccontare il nostro tempo a partire un po’ dal futuro, guardando al presente con occhi disincantati e proiettandoci in quello che è poi diventato il nostro mondo immaginario. Ovviamente scevri da qualsiasi ideologia. Quelli erano anni cupi, non solo in Italia, in cui le ideologie avevano un peso dominante sulla comunicazione. Dal nostro punto di vista invece era importante tornare ad una visione, per così dire, fenomenologica delle cose, osservando la realtà per quella che è, e cercando di raccontarla senza nascondere però in questo l’autore che racconta, perché c’è ipocrisia nella comunicazione che finge una sua neutralità. In realtà chiunque racconta, interviene sia nella forma sia nel giudizio, invece noi puntavamo ad un racconto diretto, privo di schemi, di pregiudizi, in cui l’autore si rivela.
Tutto ciò che pubblichiamo dagli esordi ha una forte soggettività, non celata: fumetti d’autore, articoli, reportage, racconti letterari, tutti espressione di un’individualità autoriale, con una grande varietà favorita dall’avvicendarsi di diversi collaboratori.
Ovviamente nel tempo il gruppo originario è cambiato: attualmente Frigidaire ha collaboratori, per la maggior parte, più giovani della stessa rivista, e in ciò c’è grande rinnovamento. In questo senso Frigidaire oggi è una rivista giovane almeno quanto lo era 34 anni fa. Io naturalmente no, una volta ero un giovane direttore ora sono il bisnonno di tutti. Sono di gran lunga il più anziano della banda, che a Frigolandia, non solo ha occasione di incontrarsi, ma trova ancora punti di contatto umano oltre quelli telematici. Per me questo è molto importante, sì insomma che ci sia una sorta di vitalità che prosegue!

collezione_Frigidaire_1

 

Oltre ai giovani collaboratori, c’è anche un seguito giovane. Come te lo spieghi?

Ho sempre pensato che la gente dopo i trent’anni un po’ si rincoglionisce. C’è uno strano fenomeno nel mondo moderno per cui finché si è giovani si ha una visione universale, che rende capaci di sfidare le leggi, parlare a tutto il mondo con grande apertura mentale. Poi arriva una forma di normalizzazione, che non è ovviamente estesa a chiunque, ma in generale è questo che si nota. È paradossale come con il passare del tempo, ognuno con una giustificazione – perché ognuno si dà la sua – tende a dimenticare la precedente capacità di visione.  E allora è più semplice che questa visione universale si ritrovi nelle persone più giovani.
Poi ci sono anche anziani tenaci nel conservare questa visione, trattenendo la loro fanciullezza. Ad esempio noi abbiamo Giuliano, che sta in Toscana, che fa delle vignette straordinarie, ed ha ottant’anni. E questa è una cosa relativamente rara, perché il mondo ti spinge a normalizzarti: spesso si incontra gente che ti parla credendosi reduce di chissà quale rivoluzione, che non è mai avvenuta. È stata magari tentata generosamente, ma poi in realtà non ha avuto un riscontro effettivo: quindi in realtà noi siamo nella stessa epoca di 40 anni fa.
sparagna_005Viviamo in un epoca in cui il Capitalismo, come sistema generale, è arrivato ad un suo punto di agonia: potrebbe concludersi con la nascita di un altro soggetto, come l’anno vecchio viene sostituito dall’anno nuovo, oppure potrebbe concludersi con la morte di tutti noi. Non c’è niente di scritto! Come diceva Marx la storia non esiste, siamo noi a costruirla. E questa consapevolezza di poter fare la storia, spesso è più dei giovani che degli anziani. È tutta lì la differenza.
Detto ciò, dietro al nostro operato non c’è mai stata un’idea giovanilistica: noi parliamo in modo assolutamente serio da quando eravamo ragazzi. Io sono rimasto quello di allora, seppur con gli anni abbia acquisito più esperienza, ma conservando la stessa apertura mentale. Mi tengo lontano, a differenza di altri, dalla normalizzazione di quell’universo giovanile, che poi diventa un mondo falso, senza autenticità. È questa il dato più triste.
Per tutto questo, credo che siamo stati in grado di contornarci di giovani, laddove l’età media dei nostri lettori arriva a poco più di trentanni, con le eccezioni che ci sono in ogni regola.

Cosa significa, oggi, essere Vincenzo Sparagna?

Questo è un bel problema, me lo pongo continuamente. Diciamo che chi conosce la mia storia, ha una sorta di incredulità rispetto alla mia resistenza. Io invece non vivo con sorpresa il fatto di essere sempre me stesso. Se si riesce a conservare una propria coscienza, lucida, e se c’è una continuità tra il sé, l’anima, di tanti anni prima e il sé di oggi, questo non dovrebbe una meraviglia.
Poi arrivano ragazzi che mi danno del lei, ed è simile al terrore che sugli autobus ti vogliano cedere il posto! Molti vivono con l’angoscia, ma per fortuna io non ho quella della morte, perché ho sempre vissuto una vita al confine, al limite della morte. In un certo senso la più grande manifestazione di amore è vivere a confine con la morte: la morte e l’amore sono due cose che si toccano!
Avrei potuto essere ammazzato tante volte nel corso della mia vita, nei posti più strani, dal Sudamerica all’Asia, in situazioni variamente pericolose, però le ho sempre vissute senza mai sentirmi particolarmente eroe, con una certa leggerezza, o se vogliamo con una certa incoscienza, senza però mai andare allo sbaraglio, cercando sempre di evitare i guai. Tutte le imprese clandestine con Frigidaire non hanno mai subito nessuna perdita. Siamo sempre stati attentissimi nel non essere presi dai servizi segreti o da altri, perché con la lucida consapevolezza dell’impresa intrapresa, si può anche beffare il potere!
In questo sono abbastanza sereno. Non c’ho un euro, si sa, vivo di una pensione sociale. Tutti si stupiscono del fatto che non ho la pensione da giornalista, magari avessi avuto almeno l’equivalente dei contributi, ma figuriamoci se potuto versarli! Quindi in tal senso sono povero, questo però mi dà una grande forza, una grande libertà, e siccome alla mia età ci sono arrivato in buona salute, felicemente, sono stato amato e amo, cosa voglio di più dalla vita? Sto bene. Penso che tutta questa idea che uno deve cedere non so che porzione della propria autonomia per raggiungere chissà quale risultato, sia una grande stupidaggine. Bisogna conservare la propria autonomia, anche nei momenti veramente difficili. Questo è secondo me la ragione per cui poi molte persone mi vogliono bene, almeno tra coloro che mi conoscono, gli altri non so che possono pensare di me! Mi sento io perché sono io, e non posso evitarlo!

Cosa rimpiangi degli anni attivi, anche “turbolenti” di Frigidaire e di quel contesto socio-culturale?
E cosa proprio non perdoni ai nostri giorni, alle sue pretese culturali e ai suoi ambiti?

sparagna_004Diciamo che per andare al nocciolo della questione, un rimpianto, che poi fondamentalmente non è tale, ma forse è più una considerazione sulla differenza con oggi, è che sono meno convinto rispetto a molti anni fa, che dire le cose serva a modificare il mondo. Noi le abbiamo dette quelle cose, ne abbiamo dette tante, per altro giustissime, ma questo non ha cambiato il mondo, e di questo bisogna prenderne atto. Oggi sono più disincantato, il mio è ora un entusiasmo meno ingenuo. Mi rendo conto che c’è una certa resistenza sorda di questa società nel prendere atto delle cose.
Ci sono voluti 40 anni per accorgersi che cambia il clima del pianeta, per me è chiaro da decenni, ma volendo nel 1970 c’è stato il primo rapporto romano, per altro pubblicato, sui cambiamenti climatici. Ma sono dovuti passare decenni solo per accettare l’idea che stesse cambiando il clima.
Questo per dire, che le cose dette non riescono sempre a sortire l’effetto desiderato, se non dopo tempi lunghissimi.
La domanda che oggi più mi inquieta è quanto tempo impiegherà l’umanità per percepire il punto a cui è arrivata, e se riuscirà a capirlo in tempo.  Per quanto uno faccia lo sforzo di dire le cose, queste stesse cose non procedono. Quindi volendo fare una critica al sistema culturale odierno con una metafora, si potrebbe dire che la goccia che naturalmente scava la roccia nel tempo, oggi è giunta ad aggiungere nuove pietre, nel senso che è aumentato a dismisura l’ostacolo a far sì che le cose positive possano attecchire. Questo è determinato anche dal fatto che se prima le parole avevano immediatamente un riscontro, ovvero nel gridare prima o poi si veniva ascoltati, adesso tutti urlano e nessuno sente, anche se stai dicendo delle cose straordinarie.
E nel sistema culturale ciò è particolarmente evidente. Manca completamente, o per lo meno è debolissima, la capacità di ascolto, che di per sé implica un’umiltà che evidentemente latita in tutta questa arroganza dell’urlare! Quando noi andavano nell’ex unione sovietica, nonostante la censura severissima, al nostro urlare corrispondeva un eco, invece oggi c’è un livello tale di rumore nella comunicazione che difficilmente qualcuno ascolterà la tua voce.
E poiché insiste la crescente predominanza di una moltitudine di soggettività negative e arroganti, nessuno ascolta gli altri, quindi non c’è scambio, comunicazione, a volte è solo un parlarsi addosso, come succede negli insopportabili talk show televisivi. Ognuno parla per sé, non avendo la minima intenzione di ascoltare quello che stanno dicendo gli altri. È solo una pura esibizione, c’è un finto dialogo, che è il punto più drammatico di oggi: questa incapacità di ascoltare. Io penso che dovremmo produrre un certo silenzio in noi per poter arrivare ad ascoltare gli altri.

Il tuo rapporto con l’Arte Contemporanea e il suo Sistema?

L’Arte Contemporanea è quella infinità di messaggi difficile da definire: è un po’ la contemporaneità di tutti i tempi dell’arte, perché l’idea dell’avanguardia è stata superata. Oggi tutto ci è contemporaneo, dall’antichità tutto è sotto i nostri occhi. Un tempo c’erano delle rotture profonde, clamorose, ma oggi queste rotture sono arrivate ad un tale grado di moltiplicazione che ormai tutti rompono con tutti. Da questo punto di vista l’Arte Contemporanea è un luogo affollatissimo, ed è così difficile definire la sua ingerenza nella contemporaneità.
Oggi siamo tutti contemporanei, e nessuno lo è! Noi sosteniamo, in quanto artisti dell’Arte Mai Vista, che tutta l’arte fa il verso a se stessa: siamo nell’epoca dell’infinito replay.
Detto ciò, ritengo che oggi in giro esistano comunque degli artisti degni di considerazione. Essi si incontrano, da viaggiatori, e in questo viaggio alternano le bellezze e gli orrori di questa epoca. In questo senso mi è difficile esprimere quale sia il mio rapporto con essa. Noi procediamo nell’intento di incontrare più bellezza possibile, poi di certo non incontreremo tutte le bellezze di questo mondo, che sono infinite, ma cerchiamo sempre di allontanare tutte le sue infinite bruttezze.

zerocalcare-miniCosa pensi del fenomeno “Zero Calcare”?

Zero Calcare è un ragazzo che ha una grande capacità di racconto, che lo distingue dagli altri. I suoi disegni sono molto funzionali a questo racconto, ma se devo essere onesto, nell’esclusività della loro qualità artistica, sono deboli. La sua capacità di racconto è però così diretta, vivida, vitale, da perdonargli un disegno non così elaborato, o particolarmente originale.
Noi invece abbiamo sempre inseguito una certa qualità grafica straordinaria. Poi non ci siamo mai incrociati, ma se ci incontrassimo ci starebbe bene! Ma ripeto il suo più grande merito è l’irruenza del racconto, e in questo al lettore arriva una grande onestà. Zero sa osservare ciò che gli sta intorno, riuscendo a mettere a fuoco la realtà. E questa è una capacità non frequente. Per questo lo stimo, anche se non sono un suo particolare fan, anche perché non ho letto tutto.

In conclusione, quale pensi sia la grande eredità di Frigidaire, destinata alla cultura indipendente?

Mi verrebbe da dire che abbiamo più di un merito, e ad essere onesti è così. Diciamoci la verità, a partire dai nostri reportage abbiamo un po’ cambiato il sistema; abbiamo liberato l’immagine ad ogni livello, fornendo ad ognuno una sua legittimità, valorizzandone così la qualità intrinseca, pur nella diversità. Però forse il punto focale di ciò che penso rimanga della nostra esperienza, che per altro prosegue – anche se non si sa dove porterà e quando finirà – è la scoperta della possibilità dell’inventare. Anche al di fuori di qualsiasi scuola o livello prevedibile di invenzione. E questa è una cosa che si è molto diffusa.
Ad esempio ci sono tantissime riviste, anche piccole, che puntano ad essere, e a volte sono un po’, Frigidaire nella sua fase iniziale, ovviamente attualizzate. Oggi si registra che questa libertà si è distribuita. Alla fine è la cosa più interessante che rimane di Frigidaire: l’idea che si possa uscire da qualsiasi schema, affermando se stessi. All’inizio noi ci siamo proposti con i nostri nomi e i nostri ruoli di “liberatori”, alla maniera di grandi divi del cinema. Abbiamo interpretato noi stessi. Volevamo emergere, farci vedere, fare ascoltare quello che avevamo da dire, pubblicando molte fotografie, disegni, ritratti: la mia faccia la conoscono moltissime persone. Eravamo dei soggetti che affermavano il loro diritto ad esprimersi.
E questo diritto ad esprimersi si è molto esteso, e in questo abbiamo sicuramente un merito, anche se non voglio dire che sia solo il nostro. In sintesi abbiamo partecipato a questa invenzione della soggettività libera.

 

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