Dialoghi empatici. Progettare l’identità visiva di un luogo di cultura

by • 13 Ottobre 2014 • Brand Identity, Focus, ProgettiComments (0)2251

Dialoghi empatici è la tesi di Serena Trapani a conclusione del suo percorso di studi presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Si parla di identità visive e si analizza il progetto realizzato per il Museo delle Solfare di Trabia-Tallarita.

 

Cosa cerchiamo all’interno di un luogo che promuove cultura? Perché visitiamo un museo?
Che sia un’azione consapevole o del tutto inconscia, in quello che viene definito luogo di cultura, cerchiamo verità, una catarsi, un punto di vista sul mondo e sulle cose. Cerchiamo un luogo che sia un racconto, un luogo capace di narrare la vita di un popolo, di un artista o di un territorio.

Non sempre accade che sia così, ed il nostro paese purtroppo ne è un triste caso, ma quando prende vita questo racconto e si crea un dialogo costruttivo tra cittadino ed ente culturale, sicuramente ciò avviene perché il luogo di cultura è completo in ogni ambito e ciascun elemento segue un’unica regia: spazi, colori, espositori, illuminazione, strutturazione dei percorsi; e ancora marchio/logotipo, segnaletica, cartellini didascalici, cataloghi, fino alla pubblicità, al sito web e alle applicazioni.

Sebbene in molti casi venga tralasciata come elemento irrilevante per un luogo di cultura, una buona immagine coordinata contribuisce alla realizzazione di una ben definita identità visiva. Prevedere la sua progettazione è una questione di etica, è un atto di profondo rispetto per il pubblico poiché significa informarlo, coinvolgerlo nella fruizione di beni che gli appartengono, rendergli accessibili luoghi riconoscibili e con una precisa identità culturale.

Poniamo ad esempio l’interfaccia di una pagina web. Se questa è chiara, immediata e intuitiva la navigazione risulta piacevole e priva di sforzi. Allo stesso modo se l’interfaccia di un luogo di cultura è curata in ogni dettaglio l’esperienza diventa costruttiva, i siti diventano raggiungibili senza enormi sforzi, i percorsi accessibili, i messaggi chiari e semplici, le descrizioni sintetiche ma efficaci.

È in questo contesto che si inserisce il mio progetto di tesi dal titolo Dialoghi empatici. Il progetto per il Museo delle Solfare di Trabia-Tallarita.

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All’interno dell’entroterra siciliano, mio territorio di origine, nessun altro luogo di cultura può essere così strettamente legato al proprio territorio come il Museo delle Solfare di Trabia-Tallarita, uno straordinario complesso di archeologia industriale di valenza mondiale, compreso fra Riesi e Sommatino. Lo zolfo, è stato un simbolo e una traccia indelebile della storia economica e sociale della regione. La miniera infatti ha caratterizzato la conformazione del territorio, ha plasmato la forma mentis, ha arricchito il dialetto e i proverbi. Le sue storie hanno inciso profondamente l’esistenza di diverse generazioni locali, hanno ispirato romanzieri, cantastorie e poeti.

Collezioni e storie dal valore inestimabile sono raccontate nel museo in percorsi studiati appositamente.
Tuttavia recensioni e articoli raccolti hanno dimostrato che il Museo delle Solfare appare ai più una realtà invisibile, un museo fantasma, un luogo irraggiungibile. Molte le accuse di abbandono, di incuria, di approssimazione. I dati circa la fruizione dei beni culturali, riportati sul sito della Regione Sicilia, hanno registrato nel 2010, anno di apertura, un primo riscontro significativo, con un decisivo aumento delle stime nel 2011. Nel 2012, ultimo anno del quale sono riportati i dati, si avrà invece una leggera diminuzione delle visite e di conseguenza degli incassi.

Ma quante visite si potrebbero registrare se il museo venisse maggiormente reso visibile?
Economia, società, scienza, arte, territorio. Sono questi gli ambiti coinvolti dall’oro del diavolo. Un pentagono di argomenti che costruiscono la storia della miniera. Il progetto di coordinazione visiva da me proposto prende vita proprio da questi 5 punti, da argomenti costruiti, incastrati e combinati in modo da creare un trama, una texture nella quale prendono vita i cunicoli della miniera.

«[…] Nelle dure facce quasi spente dal bujo crudo delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica
quotidiana, nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d’erba, sforacchiate
dalle zolfare, come da tanti enormi formicai.»

Le parole di Pirandello ci offrono una suggestiva descrizione dei minatori e del paesaggio: entrambi sono simili ad enormi formicai, i visi dei minatori rispecchiano i luoghi in cui lavorano, scavati e sforacchiati dalla sofferenza e dalla fatica.

La cultura orientale ci insegna che un segno prende viva nel suo contrasto con lo sfondo, nell’alterità. Così si presenta il segno, segno ambiguo che prende forma e significato nel contrasto con il suo sfondo, un segno che è una crepa e uno scavo, ed anche una galleria e un formicaio.

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I colori scelti riprendono le tonalità del giallo sulfureo e quelle tipiche del paesaggio minerario.
Ciascun artefatto comunicativo è realizzato utilizzando come punto di partenza la texture costruttiva del segno, che diviene in tal modo elemento identificativo e unitario.
Un livello di visibilità che spazia dalla grafica editoriale, fino all’advertising e al web, e che prevede anche un sistema di segnaletica interna ed esterna, di mappe e collegamenti alle principali autostrade regionali.

Il mio progetto di tesi può essere interpretato come una proposta di visibilità per il museo, il cui patrimonio non dovrebbe di certo passare inosservato.

A cosa sono serviti cento e più anni di sofferenza, di lotte, di sangue zolfataro se ora gli spalti delle miniere sono invasi dall’erba e sui pozzi si addensa un silenzio di morte? (Mario Farinella, poeta e giornalista siciliano)

In una terra così ricca di cultura come la Sicilia, progetti di questo tipo potrebbero essere delle soluzioni
funzionali per custodire la memoria di un popolo e fare di un fruitore un cittadino consapevole.
Se non altro la speranza è che il lavoro dei nuovi grafici siciliani possa essere non solo il tributo alle bellezze di questa terra, ma anche l’inizio di un’opera di sensibilizzazione visiva.

 

Note sull’Autrice: Serena Trapani
Studio grafica editoriale e sperimento l’interazione tra diversi linguaggi. Mi affascina sapere che un’idea può diventare concreta in un progetto e il pensiero diventare visivo.

 

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