Grillo, Berlusconi e la comunicazione

by • 21 Febbraio 2014 • FocusComments (1)1115

Raramente parlo di politica. In realtà, alla faccia del titolo, non sto per farlo nemmeno adesso (e vi invito, pertanto, a non dare alcuna connotazione a questo post, che è un’analisi estetica e non politica). Lo spunto è arrivato da questo articolo di Roberto Marone pubblicato su Studio: “L’amateur della politica” – che vi invito a leggere per intero –, che offre una intelligente analisi sul rapporto del Movimento Cinque Stelle con la comunicazione.

Dice Marone:

C’è sempre un uso spintissimo del fotomontaggio per irridere chiunque e qualsiasi cosa, come un ariete per veicolare qualsiasi messaggio e sminuire qualsiasi avversario. Perfetto, e potentissimo. L’uso di grafiche prodotte da chiunque, e in qualsiasi circolo della penisola, senza alcuna cura, griglia grafica, o criterio di omologazione, in una sorta di “va tutto bene”. E poi una serie di ingredienti inconfondibili: la diffusione di video pixelati, inquadrati male, da webcam. […] L’uso di font che non si trovano più da nessuna parte. Le didascalie in Arial, bordate, da video di Youtube. Per non parlare dei pop-up, i link sottolineati blu, gli sfondi, i layout non modulari, i banner e gli annunci inseriti ovunque. […] Non è possibile scorgere un minimo comune denominatore visivo, nei font, nelle griglie e nemmeno nel colore. Pensateci, quasi non esiste movimento politico, brand, identità, che non abbia riconoscibilità quantomeno nel colore. Mentre lì vivono realtà parenti, cugine, forse sorelle, nella quasi totale anarchia e in barba a qualsiasi legge di marketing.

In sostanza, continua l’articolo, tutta la comunicazione dei pentastellati vive di amatorialità: nessun codice condiviso, per premiare invece realizzazioni grezze, brutte, dilettantistiche. La comunicazione è costruita dal basso, senza regole: ogni partecipante al movimento – che sia leader, parlamentare, iscritto o semplice simpatizzante – può produrre fotomontaggi, ricostruzioni, vignette, immagini, senza doversi rapportare ad un codice prestabilito e senza la necessità di essere un esperto di comunicazione.

Da dove arriva tutta questa amatorialità? In che modo si è legittimata, in barba ai partiti più tradizionali che, invece, codificano font, colori, trattamento delle immagini, registro?

Facciamo un passo indietro, a venti anni fa. Prima dell’era Berlusconi, la comunicazione politica era scarsa e poco incisiva. Ci è voluto un imprenditore arrivato, guarda caso, dalla pubblicità e dalla televisione per dare una scossa: pur consapevoli che, nonostante Forza Italia, la sinistra è sempre stata poco avvezza a grossi slanci di comunicazione (se non davvero di recente: pensate alla campagna di Bersani in bianco e nero o allo stile “americano” di Renzi per le primarie). Ancora Marone:

Era lo studio della comunicazione visiva che invadeva il campo politico per la prima volta in Italia. C’era lui, e la sua faccia, ovunque. C’erano gli slogan, come per una lavatrice, c’era il fotoritocco, l’impaginato, la scelta del font, delle parole, del corsivo, le luci, gli sfondi. Per dirla in poche parole, quella di Forza Italia era una comunicazione sostanzialmente classica: al centro il prodotto (cioè il leader) reso bello, ritoccato, lucente, e intorno una grafica istituzionale, persino di lusso, da albergo. Il posto dove vorresti essere ma non puoi essere, era il messaggio.

Il risultato, dopo venti anni di comunicazione berlusconiana, è ben raccontato da Annamaria Testa in un suo vecchio articolo: “Il dibattito politico in Italia  soffre di una interpretazione scadente e ingannevole del ruolo della cultura e della creatività”. Da due decadi, ormai, viviamo la contrapposizione tra berlusconiani (tutti sorrisi e ammiccamenti nelle loro affissioni in esterna e nelle pubblicità televisive) e antiberlusconiani (che per insultare l’avversario hanno usato spesso termini come pubblicitario, comunicatore, televisivo). Il tutto ha contribuito di fatto a rappresentare la comunicazione – politica, ma non solo – come plagio, inganno, cialtroneria, menzogna, trucchetto da prestigiatore.

È più chiaro, a questo punto, comprendere l’estetica del Movimento Cinque Stelle: una comunicazione amatoriale e dilettantistica come reazione popolare – e forse un filo demagogica – alla sensazione diffusa che la comunicazione politica “professionale” è sempre e soltanto cattiva persuasione.

Il messaggio è che può fare comunicazione chiunque, può essere della partita chiunque e, quindi, può fare politica chiunque. È ovviamente frutto di un sentimento generale di delegittimazione di qualsiasi conoscenza, che sia intellettuale (i professori), tecnica (Mario Monti, gli economisti, eccetera), professionale e di qualsiasi istituzione regolatrice. Questa cosa nasce chiaramente da una frattura fra classe dirigente e paese che è preoccupante […]

 

Ma a preoccuparmi davvero, in tutto questo, è il senso di delegittimazione delle professionalità di cui parla Marone: il sistema politico è piovuto dall’alto, distante dai cittadini, va desautorato? È un programma politico da valutare, può anche starmi bene. Perché applicare lo stesso concetto del “tutti sanno fare tutto” arbitrariamente ad ogni campo umano, è un atteggiamento pericolosissimo: chiunque può fare politica quindi chiunque può fare comunicazione.

Un’equazione del genere non può e non deve essere sempre così facile. Un movimento dal basso non deve per forza essere avversario di tutto ciò che è autorità, in ogni campo: il rischio, travestito da “libertà e partecipazione per tutti”, è un eccessivo e forzato appiattimento verso il basso, come ben dimostra la comunicazione dei grillini. Temo, insomma, che le azioni di comunicazione dei berlusconiani negli ultimi venti anni e dei cinque stelle negli ultimi cinque siano parte del problema che viviamo come creativi ogni giorno: la difficoltà a far comprendere il valore delle idee; la perdita di sensibilità tutta italiana nei confronti del gusto, del bello, dell’esteticamente gradevole; la generale sensazione che la creatività sia mestiere per venditori di aria fritta; e che basti avere un’idea perché l’idea sia legittima, valida, realizzabile e quindi diventi automaticamente buona comunicazione.

Se la storia ci insegna qualcosa è questa: la decapitazione delle autorità è la legittima bandiera di ogni rivoluzione, ma il confine tra rivoluzione e dittatura (politica, ma non solo) è sempre troppo, troppo labile.

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One Response to Grillo, Berlusconi e la comunicazione

  1. gire ha detto:

    molto condivisibile, ma sostituirei la parola autorità con autorevolezza. l’autorità è imposta mentre l’autorevolezza va guadagnata