Superman. Settantacinque anni d’acciaio

by • 17 Ottobre 2013 • Illustrazione, Personaggi, ProtagonistiComments (0)1881

Settantacinque. E non dimostrarli. Perché, è cosa risaputa, le donne invecchiano ma gli uomini diventano sempre più affascinanti.

Questo –forse – il segreto del superuomo, di quel bambino in fuga da Krypton. Un maschio che vince e convince. Non unicamente per la sua tendenza a non mentire, non per i muscoli guizzanti, non per la tutina aderente, non per il sex-appeal mascherato con lo sguardo da ragazzo della porta accanto.

You’ll believe a man can fly.
E di voli ne ha fatti, dal Kansas alla sua fortezza della solitudine, Kal-El.

Superman apparve per la prima volta sul Volume I di Action Comics, nel giugno del 1938. Gli autori erano Jeremy Siegel, ideatore e scrittore e Joe Shuster, creatore grafico e disegnatore.
Jerry Siegel era nato a Cleveland, nell’Ohio, nel 1914. Era un vorace lettore di fantascienza, e a quindici anni aveva anche la sua fanzine personale, Cosmic Stories, una delle primissime riviste amatoriali di fantascienza, dove pubblicava i propri racconti. Joe Shuster era nato invece in Canada, a Toronto, anch’egli nel 1914. All’età di nove anni si trasferì con la famiglia a Cleveland, dove conobbe Siegel. I due condividevano la passione per la fantascienza, e tra il 1932 e il 1933 pubblicarono sei numeri di una fanzine che realizzavano insieme, intitolata Science Fiction.

Ispirati soprattutto da Doc Savage, da Flash Gordon e da Buck Rogers i due lavorarono sul loro personaggio superumano per trasformarlo in una serie a fumetti. Siegel scriveva i testi, Shuster preparava i disegni. Erano anche grandi appassionati di cinema, e Shuster diede a Superman il volto e il fisico di Douglas Fairbanks.

Quando inventarono l’identità alternativa del loro eroe, per il nome si ispirarono a due degli attori più in voga del momento: Clark Gable e Kent Taylor. Era nato Clark Kent.

Più prosaicamente, invece, Lois Lane prese il nome da una ragazza dei paraggi a cui Shuster faceva inutilmente la corte. In compenso Joanne Carter, la ragazza che Shuster usò come modella per raffigurare Lois Lane divenne in seguito moglie di Siegel.

E questo sì, lasciatemelo dire, è una bel plot da chic-lit.

Portato al successo sul grande schermo dal volto acqua e sapone di Christopher Reeve per la sapiente mano di Richard Donner, riesumato in più salse di celluloide fino all’ultimo Man of Steel, nell’incarnazione del testosteronico Henry Cavill, deve comunque la sua popolarità alla carta stampata. L’uomo d’acciaio passerà modi e mode, muterà con le tendenze e sarà più poliedrico di Madonna nelle trasformazioni legate ai decenni solcati come cieli azzurri, indossando oltre trenta costumi tutti diversi.

Alieno, ma pur sempre uomo tra gli uomini, ha diritto ad adeguare il suo look. Non è sempre stato un figaccione da copertina, insomma.

In una prima versione del del 1933 è calvo, proprio come Lex Luthor. Dal 1938 sarà buono, bravo, bello, con la sua folta chioma impomatata. Ma non volerà. Ci riuscirà solo tre anni dopo, nel 1941. Giusto per dirne qualcuna.

Anche il suo alter-ego, Clark, da scialbo ragazzotto di campagna un po’ nerd, attraverserà una lunghissima adolescenza, forse la più lunga nella storia dei fumetti. Oggi, anche nelle trasposizioni televisive, è sempre più vicino alla sua natura di uomo-super. Un vincente dai bottoni slacciati sui pettorali scolpiti, rampante nella carriera e più sensibile alle dinamiche di una rete che è il nuovo Mondo da soccorrere. Nel 2012, infatti, Kent si licenzia. Il reporter del Daily Planet cambia mestiere e abbandona il quotidiano di Metropolis per diventare un blogger.

Ma quanto resterà a memoria imperitura nell’immaginario collettivo, sarà la meravigliosa S che è anche la sua firma.

In realtà l’identificazione dello stemma di Superman con il simbolo della casata degli “El” (ricordiamo che “el”, in aramaico, sta per divino) è abbastanza recente. Prima, infatti, Jor El veniva quasi sempre disegnato con un sole sul petto. Il sole rosso di Krypton.

Nel giro di pochi anni, l’emblema, appena accennato nei disegni di un tempo divenne prima un triangolo, poi un triangolo con gli angoli tagliati fino ad acquisire la conformazione attuale ma, fino al film di Donner, era soltanto una “S” inserita in una sorta di diamante e stava proprio per Superman.

Con il tempo, probabilmente, iniziarono a pensare che un uomo che si autodefiniva “Superman”  non doveva avere tutte le rotelle a posto (e comunque non era in linea con la tradizionale, ben nota, modestia del personaggio) e, da lì, la nuova origine del nome, attribuitogli da Lois Lane nel suo primo servizio.

Ci domandiamo – a questo punto – se Andy Warhol, rimasto stregato da quell’icona nata tra i balloons, l’avrebbe identificato con il concetto di “speranza”, così come hanno fatto  i registi Donner e Siegel nella nostra epoca. Vogliamo pensare che anche il genio del ritratto pop l’abbia vista con quegli stessi occhi.

Pieni di quella Speranza senza età che, liberata dal vaso di Pandora, ci riporta ancora e sempre al sogno ricorrente di Superuomini, dai Superpoteri e dai Supervalori.

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