Un tributo compulsivo a Bodoni

by • 17 Maggio 2013 • Focus, Interviste, Progetti, Protagonisti, TipografiaComments (0)1214

Il 2013, per gli amanti del design, è un anno importante. Si festeggia infatti il duecentenario della morte di uno dei più grandi tipografi italiani, Giambattista Bodoni: un disegnatore di caratteri tra i più prolifici di sempre, che ha di fatto contribuito in maniera indelebile alla storia della tipografia italiana e internazionale. Tra le varie iniziative per celebrarlo, una delle più interessanti è il progetto Compulsive Bodoni: comprende la pubblicazione del Parmigiano – una grande famiglia di caratteri ispirata ai disegni originali di Bodoni – e una serie di eventi multidisciplinari (mostre, conferenze, rappresentazioni teatrali) per raccontare la vita e le opere del grande tipografo italiano.

Ho avuto il piacere e l’onore di intervistare i due autori di Compulsive Bodoni: Riccardo Olocco e Jonathan Pierini.

 

Ciao Riccardo. Hai iniziato il tuo cammino come designer freelance nel milanese 15 anni fa. Come sei arrivato a Bolzano ad occuparti di (e insegnare) type design?

R. Ho iniziato a lavorare a Verona nel 1997, come freelance presso Multistudio: un’agenzia che univa grafici, modellatori 3D, copywriter, fotografi e altre figure più o meno professionali. Mi sono trasferito a Milano nel 2000 e poi a Bolzano nel 2008, per seguire mia moglie, neurologa all’ospedale cittadino. Insegnare è arrivato per caso: nel 2009 mi hanno suggerito di partecipare al concorso per la docenza di grafica e tipografia all’Università di Bolzano, l’ho vinto e così è iniziata l’esperienza didattica. È stata una grande sorpresa. Senza timore di esagerare, trovo che l’insegnamento sia una parte fondamentale della mia esperienza lavorativa e della mia formazione umana.

 

Con te c’è anche Jonathan, anch’egli graphic designer, type designer e docente, che ha collaborato al progetto fin dalle fasi iniziali. Jonathan, la tua storia va da Urbino all’Olanda, e da Bologna a Bolzano. Com’è nata la collaborazione con Riccardo, e qual’è stato il tuo contributo all’interno di Compulsive Bodoni?

J. In realtà la mia collaborazione è partita in un secondo momento. Quando Riccardo mi ha proposto di lavorare insieme a lui a questo ambizioso progetto, nella primavera dello scorso anno, aveva già portato avanti una ricerca piuttosto dettagliata riguardo al lavoro di Bodoni e aveva anche lavorato ad alcune versioni digitali preliminari del Parmigiano. Tra i fattori che hanno contribuito alla nascita di questa collaborazione c’è sicuramente una condivisione della passione per il disegno di caratteri tipografici e l’intenzione di contribuire all’offerta di una rilettura contemporanea di Bodoni e della sua opera, ma ovviamente anche il fatto che lavoriamo entrambi alla Facoltà di Design della Libera Università di Bolzano. Io e Riccardo abbiamo pianificato il progetto nelle sue diverse espressioni. Portiamo avanti insieme – e con i collaboratori che mano a mano vanno aggiungendosi al progetto – il disegno del nuovo carattere tipografico Parmigiano e siamo responsabili del progetto Compulsive Bodoni, che include una serie di eventi e produzioni che introducono questa nuova famiglia di font.

 

Il vostro carattere Parmigiano raccoglie l’essenza dell’originale Bodoni, riproponendo 5 caratteri graziati (rough, caption, text, headline e fine), ma aggiungendo anche un lineare, un egiziano, un typewriter e uno stencil. Quali criteri avete adottato per elaborare un Romano Moderno di fine 1700 e attualizzarlo con stili e varianti pur non previste dall’autore originale?

R. Ho iniziato a lavorare sulle forme di Bodoni nell’estate del 2011, dopo aver finito la mio ultima font, Gramma. Volevo realizzare una famiglia serif e Bodoni significava un bacino vastissimo e poco esplorato. Anche se non possiamo negare l’influenza del lavoro di Bodoni nel nostro progetto, il nostro obiettivo è da subito stato quello di produrre un sistema di caratteri contemporanei che aspirano a essere ‘discendenti irriverenti’ delle forme bodoniane. Abbiamo evitato l’approccio filologico mantenendo una calcolata distanza dai revival bodoniani del Ventesimo secolo (l’idea che tutti abbiamo di caratteri bodoniani è stata formata dai revival del secolo scorso che avevano poco a che vedere con il lavoro originale di Bodoni): la mia intenzione era quella di interpretare Bodoni secondo il gusto contemporaneo.

 

Quindi il vostro Parmigiano non è una copia del Bodoni, né un suo restyling in senso stretto.

J. Esatto. Diciamo che da parte nostra c’è stato il recupero dell’esperienza visiva ed estetica ottocentesca, filtrata però dalle necessità tecniche e dall’esperienza visiva contemporanea. Come disegnatori non ci possiamo certo sottrarre a quello che vediamo e viviamo: che sia un bene o un male, non saprei.

R. Per questo molti stili del Parmigiano (RoughEgyptianSans e altri) sono lontani dalla grazia e la grandezza che Bodoni ha sempre cercato: sono il nostro personale tributo alla tipografia ottocentesca. Il Parmigiano Rough, uno degli stili serif, con le sue proporzioni goffe, è una parodia dei caratteri tipografici ottocenteschi: un cavallo da tiro sgraziato ma efficiente. Nel Parmigiano Egyptian, nello Stencil e in misura minore anche nel Typewriter, abbiamo cercato di mantenere una certa corrispondenza nelle proporzioni con il Parmigiano Text, il carattere per testo continuo più “bodoniano” tra i serif. Nel Parmigiano Text e nel Parmigiano Headline alcune lettere si avvicinano al modello originale di Bodoni (scelte tra i tanti modelli a disposizione, vista la sua sterminata produzione) mentre altre lettere sono diverse da tutto quello che Bodoni ha mai disegnato per questioni di coerenza, nei dettagli e nelle proporzioni. Bodoni non ha mai inciso forme simili e possiamo presumere che si sarebbe sentito offeso dalle nostre scelte.

 

Giambattista Bodoni è stato tra i più prolifici type designer di sempre: quasi 300 i caratteri disegnati, oltre 50.000 le matrici e fondamentale il suo contributo alla storia della tipografia internazionale. Ciononostante – rispetto ad altre eccellenze nella storia italiana dell’arte, della musica o della letteratura – il suo nome è spesso ignoto ai più: colpa della storia che non ne ha saputo riconoscere il merito, o del mestiere di tipografo, tenuto in scarsa considerazione?

J. Credo sia sempre difficile fare paragoni con altre discipline. Ma è sicuramente vero che rispetto ad altri paesi – ad esempio, l’Olanda – il mestiere del disegnatore di caratteri è meno riconosciuto nell’Italia di oggi. Non era così in passato: conosciamo il ruolo illustre della tipografia italiana in altri secoli.

Provocatoriamente noterei che l’industria tipografica è sempre fiorita in presenza di due condizioni principali: un’economia in crescita e una realtà culturale ricca e dinamica. Il type design in Italia risente in questo momento, come le altre discipline del progetto, di una mancanza di visione e di prospettiva.

R. Credo che, nella storia, il mestiere del tipografo non abbia mai conosciuto l’interesse e il favore del grande pubblico. La tipografia ha sempre interessato una cerchia ristretta di addetti ai lavori: principalmente tipografi e collezionisti di libri. Anche se l’Italia ha conosciuto momenti di avanguardie tipografiche (basti pensare a Venezia nei primi 100 anni di stampa, dove è nato il carattere romano che usiamo ancora oggi) non mi risulta che la discussione sulla forma delle lettere sia mai uscita dai ristrettissimi circoli di incisori e stampatori. Non solo: Manuzio e Jenson, unanimemente riconosciuti come i principali artefici del carattere romano (e ci si dimentica sempre di Francesco Griffo!), non hanno lasciato neppure una riga scritta sui loro caratteri.

 

Oggi invece, com’è la percezione nei confronti del type design?

J. Negli ultimi anni si nota una decisa ripresa di interesse e di attività negli ambiti della tipografia e del type design, è una spinta crescente che si sta già manifestando. La considerazione per questa specializzazione all’interno della professione grafica è cresciuta di molto, grazie al lavoro di chi a ripreso a presidiare il campo attivamente, come Luciano Perondi disegnatore di caratteri e docente, grazie al numero crescente di italiani che studiano presso istituti stranieri (come il Master Type & Media offerto della KABK in Olanda, dove io stesso ho studiato, o il Master in Typography dell’Università di Reading), così come per effetto di alcuni programmi di studio offerti da molte Scuole.

R. La tipografia sta conoscendo una nuova stagione di popolarità con la tecnologia digitale. Oggi si parla di font anche in ambiti che non hanno a che fare con la tipografia e la comunicazione visiva: troviamo avvocati, ingegneri, contabili, segretarie – insomma: chiunque abbia a che fare con il computer – che disquisiscono di Helvetica o di Times New Roman: tutto questo era impensabile fino a 15 anni fa. L’Olanda, come fa notare Jonathan, è un’eccezione. Non so bene perché. Ma anche in Olanda nessun tipografo, per bravo che possa essere, conoscerà mai la popolarità dei grandi artisti. La casa editrice Plantin è più famosa per le incisioni di Rubens che per le sue innovazioni tipografiche.

E Giambattista Bodoni, oggi, sta conquistando la fama che merita?

R. Bodoni è un caso un po’ a parte. Era un cortigiano, una figura politica, nei confronti del Duca di Parma svolgeva una funzione non molto diversa da quella che svolgono i moderni uffici stampa per le grandi aziende. Bodoni era molto famoso in vita e la sua fama è perdurata, ma solo nei circoli letterari e in ambito tipografico. E questa, purtroppo, è una constatazione valida anche oggi, nonostante ricorrano i duecento anni dalla sua morte: fuori dal suo ambito, una personalità così importante per la cultura italiana e occidentale rimane piuttosto negletta e ignorata. Ma si sa, nel nostro Paese ci sono addirittura ministri che pensano e dicono che la cultura non si mangia.

 

Le tecnologie moderne permettono di creare, conservare, vendere e diffondere caratteri in modo molto più semplice: secondo una recente indagine di CreativeMarket, le singole font stanno per arrivare alle 500.000 unità, con un incremento di produzione del +30% negli ultimi due anni. Con tanta abbondanza (e, diciamocelo, tanta spazzatura), che spazio c’è per disegnare nuovi caratteri?

J. Se pensiamo al disegno di caratteri tipografici come ad un’attività capace di sintetizzare in un prodotto funzionale un’espressione culturale, che risponde ad un determinato contesto storico e al modo di porsi del progettista in relazione a questo contesto, chiedersi se ci sia bisogno di nuovi disegni risulta riduttivo. È come chiedersi se servano davvero nuovi modelli per l’abbigliamento o se non bastino tutti i tagli già disegnati. Cosa accadrebbe se smettessimo di progettare modelli d’abbigliamento per venti anni? Cosa vedremmo guardandoci poi indietro? Saremmo capaci di vestire progetti e visioni che non ci appartengono più?

Il type design è un mestiere che si basa sull’attenzione al dettaglio; un’infinità di piccole scelte, interpretazioni e soluzioni ripetute, che si sommano e si influenzano reciprocamente fino a determinare un risultato finale. Sono convito che se smettessimo di progettare nuovi caratteri tipografici per venti anni, guardandoci indietro, sarebbe semplice notare la distanza tra noi e quelle forme, incaricate di trasmettere le nostre comunicazioni, le nostre idee. Allo stesso modo anche i revival tipografici, più o meno dichiarati, contengono un residuo culturale che, nelle migliore delle ipotesi, contribuisce all’evoluzione della disciplina. A mio avviso questa è una dimostrazione di come il disegno di caratteri tipografici sia indispensabile per un’idea di sviluppo culturale.

 

Parliamo di Firmin Didot, omologo francese del nostro Bodoni e anch’egli considerato tra i primi a disegnare i Romani Moderni a fine 1700 (non a caso questi caratteri sono chiamati anche Didoni). Ma diciamoci la verità, una volta per tutte e in un inedito moto di patriottismo: chi è più figo? Il francese o l’italiano? 

R. Al tempo in cui ho cominciato ad approfondire il personaggio Bodoni, trovavo il suo lavoro più sperimentale di quello dei suoi contemporanei, ora non sono più di quest’idea. Credo che proprio Didot sia andato molto più in là nello sperimentare la forma delle lettere.

La rivalità fra il tipografo saluzzese e il francese è una questione sulla quale ci si accapiglia da più di due secoli; sembra che sia stato lo stesso Bodoni – vecchia volpe – a iniziare la polemica. Firmin Didot era discendente di una illustre famiglia di tipografi e inventori (un suo zio ha contribuito a creare la prima macchina per produrre industrialmente la carta) che è stata agli apici della tipografia europea per circa un secolo. Il padre di Firmin (François-Ambroise Didot) è stato il primo, in collaborazione con un incisore parigino, a produrre i caratteri romani che ora chiameremmo Moderni.

Le differenze tra i due, tuttavia, sono sempre state profonde. Bodoni era fumoso nelle analisi tipografiche, utilizzava un linguaggio pomposo che al giorno d’oggi suonerebbe stucchevole e poco convincente: le sue prefazioni erano spesso adulazioni di nobili e potenti. Firmin Didot era invece uno storico di grande importanza, ha arricchito i suoi libri di prefazioni dotte e con analisi storiche puntigliose e precise. Iperproduttivo e grande lavoratore, Bodoni ha inciso più di 150 caratteri Romani (Didot solo una decina, forse meno), e ha continuato a modificarne i segni in maniera compulsiva, come se non avesse le idee chiare su quello che voleva raggiungere. Al contrario, Didot mostra una maturità e una sicurezza nell’uso delle forme che Bodoni non avrebbe mai raggiunto. Per contro, i risultati dei due approcci si vedono nei rispettivi caratteri: trovo i Romani di Didot estremi, troppo freddi e disumani, mentre i caratteri di Bodoni hanno sempre avuto qualcosa di più ‘organico’.

Il progetto Compulsive Bodoni comprende anche una rappresentazione teatrale (scritta e interpretata da Matteo Carlomagno e Mirco Ciorciari) e presentata lo scorso settembre, che racconta la personalità e il lavoro di Bodoni in un modo originale: com’è stata la risposta del pubblico alla drammatizzazione – per così dire “interdisciplinare” – della vita del tipografo? Quali sono i prossimi obiettivi per Parmigiano e Compulsive Bodoni?

R. La risposta è stata positiva. La scelta di coinvolgere gli attori è scaturita dal mio bisogno di ‘popolarizzare’ il type design, che rimane ancora un ambito prettamente autoreferenziale, nonostante la diffusione dei computer e la consapevolezza generalizzata di cui abbiamo parlato. Stiamo procedendo, abbiamo girato altre clip che verranno pubblicate una alla volta, a partire da metà maggio, e un video-clip che vedrà la luce in estate. Stiamo coinvolgendo designer che stimiamo per realizzare poster su Bodoni (composti con il Parmigiano) e organizzando delle piccole esposizioni a Londra, Berlino e nella costa est degli Stati Uniti.

 

Un ultimo saluto, ed un consiglio per chi (incluso il sottoscritto) sogna di essere il Giambattista Bodoni di questo secolo. 

J. Sicuramente la figura di Bodoni esercita un fascino notevole nelle sue esasperazioni e contraddizioni. Bodoni era un uomo del suo tempo, capace di posizionare la sua opera in un discorso contemporaneo internazionale. Ha saputo trovare le strade giuste affinché le sue intuizioni e abilità potessero prendere forma, circolare e acquisire notorietà. Credo che il consiglio più indicato, più che altro un invito che rivolgo anche a me stesso, sia quello di operare contestualmente ai tempi.

Certo, è comunque impossibile scappare dal proprio tempo: tuttavia, è indispensabile ricercare costantemente una maggiore consapevolezza in merito alle questioni contemporanee della tipografia e alle relazioni che intercorrono tra la tipografia e le altre discipline, sullo sfondo di una visione culturale più ampia. In parole povere: rimanere in ascolto, in contatto con il resto del mondo inteso tanto in senso geografico quanto culturale.

L’intraprendenza di Bodoni ci fa pensare anche alla figura del designer come “entrepreneur” che espande i suoi interessi, le sue intenzioni e ambizioni, che utilizza i suoi caratteri tipografici divenendo spesso editore, a volte autore. È un discorso ancora decisamente attuale. Basta leggere il catalogo della mostra Graphic Design: Now in Production curata da Andrew Blauvelt ed Ellen Lupton, che include testi critici di Steve Heller, Peter Bilak a molti altri, per rendersene conto. Molti tipografi del passato hanno dimostrato un’abilità e una capacità di visione che possono insegnarci molto.

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