Mia Nonna non ha mai capito che mestiere facessi (remix)

by • 8 Aprile 2013 • Design, Focus, LavoroComments (11)1983

Una riflessione sul mestiere di graphic designer.

Mia nonna non ha mai capito che mestiere facessi.
Non ci riusciva proprio.

miaNonna

Provavo a spiegarle cosa facessi, ma non capiva. Una volta le ho fatto perfino una presentazione del mio portfolio lavori, come fosse stata un cliente, ma non ha capito ugualmente. Al tempo aveva 94 anni e l’unica cosa che le interessava era che mi pagassero. Possibilmente bene.

Per il resto, era un mistero per lei che qualcuno mi pagasse per dei disegni (il concetto di design sfugge a coloro che sono cresciuti in un’era pre-tecnologica) e quindi per un’attività che considerava infantile, dato che non mi riconosceva lo status di artista (“pittore”). Veniva da un mondo e da un’epoca nella quale la gente comune pagava solo per i servizi che non riusciva a fare in autarchia e si pagava, soprattutto, per comprare qualcosa di concreto.

Per lei era bello pensare che questa mia “deviazione” mi facesse guadagnare e sopravvivere, anche se continuava a non crederci: come fosse nato un bel fiore improvvisamente in mezzo alle piastrelle del balcone. A parte il paradosso di mia nonna, non è che le altre persone capiscano meglio quale lavoro io faccia.

Dici grafico e ti senti rispondere subito: “pubblicitario?”, perché è un luogo comune mutuato dagli anni 70 e 80: ti immaginano lì, tra riunioni fighe in cui tutti sparano cazzate con i piedi sul tavolo (brainstorming) e lunghi set fotografici con modelle bionde, tra l’invenzione di uno slogan per il Campari e il ritocco in Photoshop di una pubblicità per la BMW. Insomma, molti immaginano un mondo glamour e ossigenato che nemmeno “Love Me Licia”…

È proprio un problema di comunicazione, mancano le parole per spiegare, anche i dizionari sono avari di definizioni quando si parla di grafica. E pensare che senza la grafica non esisterebbero nemmeno i dizionari. Perché la grafica è ovunque: in un mondo che comunica la grafica è onnipresente, bella o brutta, ma sempre grafica è.

Leonardo Sonnoli, uno dei massimi graphic designer italiani, scrive così sul suo blog per il Sole 24Ore:

Mi chiedo spesso perchè sia così difficile far capire qual è il mio lavoro. “Faccio il grafico” rispondo, sapendo che già uno s’immagina che lavoro in pubblicità. E come riuscire a far capire la differenza che c’è tra il grafico Massimo Vignelli, il grafico Igor che lavora con me e il grafico della copisteria sotto casa che fa le fotocopie a colori. Sempre grafici sono. Come fare a spiegare che se tutti cucinano pochi sono gli chef?

Dunque il problema è culturale e pure etimologico.

Culturale perché nonostante l’Italia e gli italiani siano fieri del Design Made in Italy, per lo più non sanno di cosa parlano: al massimo conoscono Giugiaro, le sedie trasparenti e gli spazzolini (da cesso) di Alessi. Eppure produciamo anche un graphic design di alto livello e una tipografia raffinata e secolare (molti dei font che usiamo sono nati in Italia centinaia di anni fa): leggiamo i libri, i quotidiani e poi non sappiamo mai cosa c’è dietro. È un po’ come pensare alle bistecche senza i macellai, ad un bel quadro senza pittore.

Il progetto grafico insomma non esiste secondo il pensiero comune.

Un grosso problema è proprio etimologico: GRAFICA è un termine che deriva dal greco e riguarda la rappresentazione, testuale e iconica, di qualsiasi cosa. Definisce l’atto della raffigurazione, compiuta mediante testi e disegni. È un termine semplice, che chiunque può capire.
Etimologicamente la GRAFICA si occupa, quindi, di tutta la diffusione del sapere, non soltanto della pubblicità. La difficoltà, per le persone che non sono del settore, sta nel capire come dietro questa raffigurazione con testi e figure ci sia un progetto, fatto di tecniche e teorie che vanno avanti almeno da 5 secoli. Questa difficoltà aumenta se si pensa che, in italiano, la parola GRAFICA è usata per indicare, nel mondo dell’arte, tutte le riproduzioni di opere fatte dagli artisti: disegni, incisioni, stampe, etc.

In inglese tutto è più semplice: esiste la categoria del Designer, quindi del Progettista, e all’interno di questa esiste il Graphic Designer, cioè il Progettista Grafico. Che è sostanzialmente diverso dal Grafico Esecutivista: un tecnico che esegue un lavoro senza idearlo e progettarlo. E diverso dal Grafico Pubblicitario, che è un termine desueto e impreciso in quanto la pubblicità è concepita da Art Director che sono delle specie di registi dell’immaginario.
Il mio dubbio è che nella lingua italiana non esista più una parola che sia al passo con i tempi per quel che riguarda il Graphic Design e che la categoria debba sforzarsi nella ricerca di nuovi termini che facilitino e arricchiscano la comprensione della gente comune e, soprattutto, dei clienti.
La categoria è sempre più ampia e sfugge ad ogni definizione: il Graphic Artist, il Visual Designer, l’Infografico, l’Artista Visivo.

“Graphic Artist” o “Progettista Visivo” potrebbero andare bene, significando il primo chi ha un approccio più artistico e il secondo chi ha un approccio più progettuale; ma difficilmente giungeremo entro il secolo ad una definizione soddisfacente.

L’altro problema, oltre a quello etimologico, è che la buona GRAFICA tende ad essere invisibile: la maggior parte dei bravi progettisti sanno che il graphic design migliore è quello che non si nota. Ma se non si nota, la gente come fa a riconoscerlo?
Questo problema andrebbe affrontato già nelle scuole: basterebbe qualche lezione di grafica, di tipografia, spiegare ai bambini come nasce il libro (o l’ebook) su cui studiano, come nascono i giornali che leggono, le pubblicità che assorbono, i packaging da cui mangiano per appassionarli ad una materia profonda e divertentissima, piena di colori e di aneddoti.

In conclusione, la categoria dovrebbe farsi carico di questi problemi e cercare di risolverli una volta per tutte, invece di piangersi addosso o incazzarsi all’ennesima incomprensione.

Se siete un grafico, quante volte vi è capitato che la gente non capisse cosa fate? E, al contempo, quanto avete fatto, anche nel vostro piccolo, perché la cultura della grafica si diffonda e la gente ne sappia di più? I commenti e le discussioni sono aperte e benvenute!

Nota: questo articolo è la versione riveduta e corretta (un remix) di quello già apparso mesi fa sul mio blog Zuppagrafica.

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11 Responses to Mia Nonna non ha mai capito che mestiere facessi (remix)

  1. Silvia Ferretti ha detto:

    Da Web Designer – ancora più complicato…vai anche a spiegare la parte di progettazione del codice… – alla domanda “Ma cosa fai di preciso?” mi sono ritrovata a rispondere con un laconico “disegno”

  2. bello che, a distanza di tempo, una stessa citazione abbia dato vita ad un’articolo diverso e buffo che sia accaduto sullo stesso magazine ; )

  3. cirox ha detto:

    @facebook-1282163236:disqus come si dice, “great minds think alike” :D

  4. Tiragraffi ha detto:

    forse perché Tiragraffi sa scegliersi bene i propri collaboratori :D

  5. Se ti presenti come informatico almeno si zittiscono……..
    buon per loro che non decisi di fare il serial killer.

  6. Leonia Canaglia ha detto:

    mercenario della comunicazione visiva

  7. Grazie Davide, sintesi perfetta! ;)

  8. Giulia ha detto:

    Solo una questione di formalità, si scrive qual è senza apostrofo, mentre va messo davanti agli anni “’70, ’80”. Grazie per l’interessante articolo!

  9. Riguardo alle formalità: ti ringraziamo per aver notato i refusi, anche se la notazione dell’apostrofo davanti alle cifre 70 e 80 ad indicare la “caduta” di 19 non è obbligatorio nella lingua italiana. L’argomento è dibattuto in modo diverso da dizionari e manuali di redazione. In ogni caso andrebbe usato un apostrofo orientato a sinistra.
    Bisogna considerare però che in un magazine online non si ha il tempo né le risorse per fare una precisa cura editoriale dei contenuti, dato che il tempo di scrivere è spesso rubato a stento dal tempo del lavoro. E ogni tanto qualcosa scappa.
    Grazie comunque del commento e dell’apprezzamento.