Andare alla guerra, senza rimetterci le penne (o quasi)!

by • 26 Luglio 2012 • Focus, Nuovi MediaComments (0)1091

Questi i cinque pericoli del combattente:
essere troppo pronto a morire,
troppo preoccupato di vivere,
troppo portato dall’ira,
troppo attaccato all’onore,
troppo emotivo.Sun zu – L’arte della guerra

I blogger, si sa, sono sempre più spesso coinvolti in attività esperienziali, degustazioni, prove, così da poter raccontare l’esperienza che vivono riportando liberamente le proprie impressioni, senza essere viziati da preconcetti o senza fare solo delle belle markette.

E io non volevo essere da meno! Ho colto al balzo l’invito di Tiragraffi per partecipare alla sessione di Soft Air (un’attività ludico-ricreativa di squadra basata sulla simulazione di tattiche militari) di sabato scorso (21 luglio 2012).

Sicuramente questo mi ha fornito l’occasione per rispolverare il mio vecchio soprannome adolescenziale: joninja; sono sempre stata una ragazzina poco femminile e poco avvezza ai giochi con le Barbie. Crescendo mi sono un po’ addomesticata… ma fondamentalmente sono un maschiaccio inside!
Tendenzialmente contraria alla guerra, pigra e poco sportiva, ho deciso di partecipare, forte del fatto che “tanto è un’attività ludica e innocua!”…  ma su questo, a posteriori, proprio non ci giurerei!

Ma partiamo dall’inizio. L’appuntamento era per le 9.00 in punto presso La Palazzina 2 di San Colombano.

Venendo da Bologna, ho puntato la sveglia all’alba, mi sono fatta una doccia rapida e fredda  – ormai calata nella parte di “noi uomini duri” – e mi sono messa in viaggio. Che si è  subito rivelato piacevole, vista la giusta temperatura esterna e la musica a palla, scelta la sera prima.

Sono stata tra le prime ad arrivare, e come segno di benvenuto, è iniziato subito a piovere; così, per impastare un po’ il terreno e rendere il tutto più simile al Vietnam.
Ad aspettarci al punto di raccolta oltre al team del Combat store, tutti rigorosamente in assetto da guerra, c’erano anche Livia e Alessia di Emozione3.

Poco dopo sono arrivati tutti gli altri col pulmino da Milano.  Giusto il tempo di scambiarci qualche stretta di mano, e poi via, subito a cambiarsi indossando le divise (quelle da guerra, quelle vere!), il gilet, la maschera, i pallini  e il fucile – che come ci ha detto “Camaleonte” è la replica vera, per peso e fattezze, di un fucile da guerra (di cui non ricordo il nome).

Giusto per darvi un’idea, questa a sinistra sono io.

Ci hanno diviso in squadre e ci hanno affidato ad un tutor, un capo squadra, che avrebbe dovuto darci qualche suggerimento e guidarci nella foresta contro il nemico. Tre squadre in attacco, una in difesa. L’obiettivo era per l’attacco rubare la bandiera, per la difesa ovviamente difenderla.

Non so trasferirvi bene le sensazioni che ho provato perché sono state un mix intenso di tutte le sfumature possibili. Dentro di me all’inizio sghignazzavo, il nostro capo squadra, sembrava davvero cattivo, canotta nera, occhiali da sole (la maschera non serve!), guanti di pelle… gli mancava un coltello tra i denti per essere scambiato per un vero mercenario. Suggerimenti non ce li ha dati. Ad un certo punto l’ho visto scomparire strisciando tra la foresta e li il mio umore è iniziato a cambiare. “Ma allora è tutto vero!” Ho iniziato a pensare.  Poi, sono arrivati i rumori dei primi spari ed ho cominciato a farmela sotto.
Ah, chiaramente, era tornato fuori il sole: temperatura esterna 28 gradi, temperatura interna,tra divisa e maschera  almeno 35 (sigh!).
Ho iniziato a sudare e la mia maschera  con me, appannandosi e facendomi sentire davvero all’alba prima della battaglia, lungo il fiume Mekong.

Tra l’altro, durante il briefing iniziale, ci era stato detto tassativamente di non toglierci la maschera perché saremmo potuti incorrere in danni a denti o peggio ancora agli occhi. (Nota per i lettori: dato che mi mancano già 6 gradi e mezzo da entrambi gli occhi – nome in codice occhi di lince – mi sono guardata bene dal togliermela, con le conseguenze che potete immaginare!)

Quindi sudata, con la maschera appannata in mezzo al bosco,  dovevo solo cercare di rimanere in vita uccidendo tutti i nemici. Un gioco da ragazzi, insomma!

Per fortuna ero in buona compagnia, ovvero non c’erano persone esperte, o affette dalla sindrome del soldato; eravamo tutti praticamente “alle prime armi”, e questo lo si capiva sentendo i membri di alcune squadre organizzare l’attacco urlando le posizioni e le mosse future (“allora, due avanti, io dietro, due di lato… li prendiamo di sorpresa!!!)

Esilarante. Si per i primi 5 minuti. Poi cominci ad avere sete e caldo, a trasformarti nel banchetto nuziale delle zanzare e dei tafani, il tutto imboscandoti accucciata dietro qualche cespuglio di fortuna, cercando di scansare le raffiche di pallini che ti arrivano addosso.

Il soft air è uno sport riconosciuto dal Coni e si basa sull’onestà. Appena qualcuno viene colpito deve alzare un braccio, dire “Colpito” e lasciare il campo da gioco. E ti credo, provate voi a ricevere una raffica di pallini e a non urlare di dolore… la mia povera coscia è piena di piccoli lividi blu!

Man mano che il gioco va avanti, il tuo stato d’animo si trasforma, ogni volta che senti un rumore il cuore batte sempre più forte. Ti giri con scatti improvvisi, facendo a tua volta molto rumore (!) per individuare dove può essersi nascosto il nemico. All’inizio guardi anche dove metti i piedi e dove appoggi le mani (onde evitare ragni e bestie rare) dopo un po’ non ci fai più caso.
Il momento più difficile è stato quando ho dovuto fronteggiare il nemico a 5 metri di distanza… mi sono sentita come Piero, ma io il grilletto l’ho premuto ed ho ucciso.

Durante l’ultima prova, dove sono rimasta accucciata almeno 15 minuti, ho pensato di uscire per farmi volontariamente uccidere.

Quando il gioco è finito ero esausta, affamata, assetata. Ero piena di pinzature di zanzare, sudata e sapevo che prima di tornare ad indossare i miei “panni civili”, avrei dovuto aspettare di tornare a casa per farmi una bella doccia.

Sicuramente se lo avessi saputo, avrei portato una bottiglietta d’acqua, mi sarei immersa in una vasca di autan e avrei preparato un asciugamento e un cambio.
Il bilancio comunque, nonostante il dolore alle gambe che mi accompagna anche oggi, è positivo.

Dovessi sceglierlo come attività aziendale di outdoor training ci penserei molto bene. Non so e non ho capito se è prevista una fase più strutturata di briefing, di definizione della tattica o se vengono suddivisi i compiti tra i partecipanti. Inoltre non è prevista, almeno nell’attività che abbiamo svolto noi, un debriefing finale.

Sicuramente non è un’attività adatta a un social media addicted (niente live tweeting o fotocronaca con istagram :))
Dovendo lasciare i nostri device in macchina non abbiamo potuto commentare in diretta l’esperienza.
Forse sarebbe carino pensare ad una social war, strutturando tattiche e spostamento via web.

Per essere sincera non so se lo rifarei a breve distanza… ma sono disposta a provare altri cofanetti!

Per vedere i nostri (pochi) tweet – il cellulare lo abbiamo lasciato in macchina – potete cercare l’hashtag #emozioneinazione; per tutte le informazioni sui cofanetti potete visitare il sito di  Emozione 3 e Eletion.

E per farvi una giornata di Soft Air andate sul sito di Combat Store e cercate Geronimo Combat Store a San Colombano (PV).

 

 

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