Renata Ferri e Vietato! I limiti che cambiano la fotografia

by • 12 Giugno 2012 • Focus, Fotografia, Interviste, ProtagonistiComments (0)1560

Abbiamo incontrato Renata Ferri, caporedattore photoeditor di Io Donna, femminile del Corriere della Sera e di AMICA, mensile di Rcs Mediagroup, in occasione della mostra Vietato! I limiti che cambiano la fotografia presso il circolo Officine Fotografiche di Roma.

A cura di Valeria Jannetti

Come nasce la sua partecipazione al progetto?

Nasce perché il circolo Fotofficine Garfagnana ha chiamato me e Giovanna Calvenzi: noi che lavoriamo con i fotografi da tanti anni penso che per loro che non conoscevano tanti fotografi sia stato un modo per allargare il giro e ci hanno chiesto se gli davamo una mano a mettere insieme il tutto. L’idea è tutta loro.

E i fotografi li avete contattati voi?

Io ho contattato tutti i fotografi che conoscevo, ho mandato 200 email: alla cinquantesima risposta affermativa ho detto: “Fermi!” perchè il circolo mi aveva detto che avevmo posto per 40 immagini, e dopo il cinquantesimo si abbiamo fermato.

Hanno scelto loro le foto da inviare?

Con la maggior parte c’è stata una discussione, sul cosa pensi, quella che esprime meglio il concetto, a questa sono affezionato, lì ho avuto un problema, quella foto per me rappresenta un momento particolare eccetera. Alcuni avevano in mente la foto giusta. Abbiamo lavorato tutti insieme.

E’ una delle photo editor più conosciute. La sua è una professione sui generis, in Italia. Dal suo punto di viste, che la vive personalmente, cosa può dirci?

E’ una professione non adeguatamente considerata. Prima di tutto perché non è riconosciuta dall’ODG, quindi nei giornali questo è un peso enorme, per cui il modo per avere una funzione di responsabilità e di potere è avere un contratto giornalistico ed è avere una qualifica giornalistica che prescinde dal rapporto con la fotografia. Insomma, è abbastanza assurdo. Io sono conosciuta, se lo dice lei, e sicuramente molto viene dalla mia esperienza precedente, perché avendo lavorato tanti anni a Contrasto, con generazioni di fotografi, questo ha portato a far si che poi fossi riconosciuta.

Ma come si diventa photo editor oggi, in Italia?

Allora, come si diventa curatori esperti di fotografia, studiando. Senza dubbio.
Come si diventa photo editor nei giornali è una cosa un po’ più complessa, è un calvario. Ci sono contratti a tempo determinato, e la carriera dei photo editor nei giornali è una carriera in salita per il tipo di contrattualizzazione e di riconoscimento della nostra identità professionale: è un problema enorme.
Personalmente io lo sono diventata sul campo, facendo tanti anni produzione e quindi inventandomi delle storia che potessero andar bene per i giornali, ad un certo punto sono passata dall’altra parte per curiosità mia e perché, secondo me, le agenzie, per come erano strutturate, avevano finito la loro funzione propulsiva.
Oggi lavoro con tanti fotografi free lance, l’agenzia non è il primo fornitore e il mercato si è molto allargato ed è sicuramente un panorama molto interessante.

Come photo editor, come vede il fatto che attualmente molti fotografi stanno alzando la testa per il fatto che molti giornali, soprattutto online, non mettono i crediti delle foto che pubblicano?

Io lavoro in un settimanale e in un mensile e questo problema non me lo vivo. Questo riguarda i quotidiani e moltissimo il web. E’ una mancanza di cultura, fondamentalmente, dei giornali. E’ una pigrizia, perché non costa niente mettere la didascalia. Però c’è una nuova generazione di photo editor, come quella di Adele Sarno che lavora a La Repubblica, che ha una cultura fotografica e giornalistica tale che la nuova generazione che si affaccia a questo lavoro avrà molto più a cuore un’etica professionale.

La maggior parte dei nostri fotografi stanno emigrando, rientrano anche loro nei famosi cervelli in fuga. Abitano all’estero. E’ colpa dell’Italia?

Sicuramente è colpa dell’Italia, che ha avuto uno stallo culturale molto lungo, e è vero che i giornali in Italia non hanno prodotto per molti anni, hanno prodotto pochissimo. Fin quando son stata a Contrasto i miei maggiori clienti erano all’estero, quelli che supportavano e aiutavano le produzioni. Quindi sicuramente questa è stata una spinta.
L’altra spinta grossa è che c’è stata una grande apertura, il web. Il web ha consentito di aprirci gli orizzonti. Come anche le compagnie low cost: è semplice arrivare a Dacca, a Bejing, e c’è una maggiore reperibilità delle fonti.
Costruire un progetto oggi (quando io ho cominciato c’era la fotocopiatrice, si mandavano i fax: quando un fotografo stava sulla via della seta, per dirmi se era vivo o morto, mi mandava un fax quando trovava una linea) è molto più semplice, abbiamo i satellitari ecc. E’ molto più semplice costruire un progetto perché tu, da qua, puoi costruirti i contatti e muoverti poi è diventato molto più agevole. I fotografi per loro natura hanno voglia di scoperta del mondo, è la funzione romntica della fotografia, andare a scoprire e il mondo oggi è diventato tutto perlustrabile.
In questi anni lo stallo culturale, l’immobilismo e anche la politica che ci ha affranto molto, ha molto disaffezionato i fotografi a raccontare il nostro paese.

A proposito di politica, nella mostra Vietato è stata scelta anche una foto a Ruby Rubacuori.

Avevamo inserito Berlusconi di Alex Majoli, quindi mi è sembrato di stare dentro la cronaca, per avere un senso di attualità e anche perché era una cosa di cui si cominciava a parlare ma non era ancora veramente esplosa come notizia, come adesso che ogni giorno abbiamo un pezzo di intercettazioni.
Mi sembrava un’occasione per parlare con la cronaca.

 

[ ph © Francesca Leonardi ]
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