Vietato - Letizia Battagli, Capodanno a Villa Airoldi , Palermo1985

Il problema della privacy e la street photography

by • 11 Giugno 2012 • Focus, Fotografia, Ispirazione, RisorseComments (0)1751

Cosa succede quando si perde la memoria fotografica? Succede che quelle immagini non faranno mai più parte della storia di un paese o di un popolo, potendosi affermare solo ed esclusivamente attraverso la propria mancanza. Questa situazione in cui si sta trovando la street photography è quella attuale del nostro paese. Colpa di una “legge sulla privacy” che viene interpretata male e della quale si ha una percezione sbagliata.
Andiamo per gradi.

Vietato - Letizia Battagli, Capodanno a Villa Airoldi , Palermo1985

Vietato - Letizia Battagli, Capodanno a Villa Airoldi , Palermo1985

Il circolo fotografico Fotocine Garfagnana, su idea di Gabriele Caproni, ha realizzato una mostra con il titolo Vietato! I limiti che cambiano la fotografia: 55 ritratti realizzati da grandi fotografi deturpati/censurati da una “pecetta” nera che ne nasconde gli occhi.
Da Letizia Battaglia a Gianni Berengo Gardin, da Piergiorgio Branzi a Massimo Berruti, da Francesco Zizola ad Alex Majoli, passando per Davide Monteleone, Simona Ghizzoni, Pietro Masturzo e Stefano De Luigi, sono tantissimi i fotografi che hanno aderito all’appello fatto dal circolo e dalle photoeditor Giovanna Calvenzi e Renata Ferri, che hanno partecipato alla chiamata e selezione delle immagini.
Li abbiamo incontrati in occasione della mostra approdata presso il circolo Officine Fotografiche di Roma, che esporrà le immagini fino al 15 giugno 2012 presso la propria sede.

Una percezione della “legge sulla Privacy” che in realtà si chiama “Legge sulla tutela della riservatezza dei dati personali” risalente al 1996 e che puo’ essere interpretata in tanti modi, come sostiene l’avvocato più esperto di faccende fotografiche in Italia, Massimo Stefanutti, che racconta di come è nata la privacy e di come si sia, mano a mano, impastato l’ambito di lavoro all’interno di queste questioni. La “questione Privacy” fu “inventata” nel 1884 quando, per lanciare sul mercato le nuove Kodak, fu usato la parola “Candid photo” per quelle nuove foto che diventeranno “street”. Venne presa in considerazione a quel punto di lasciare all’individuo uno spazio personale riservato, come quello della propria abitazione: in casa mia devo poter essere lasciato solo. Questa idea di privacy si è evoluta nel tempo. In Italia la prima normativa in tal senso è quella del 1941: il ritratto di una persona non puo’ essere esposto, prodotto e messo in commercio senza approvazione della stessa, più tutte le eccezioni. In questo caso le eccezioni si sovrappongono alle regole, come quella del diritto alle immagini.Nel nostro paese rimane tutto invariato fino al 1996, quando esce la “Legge sulla tutela della riservatezza dei dati personali”, non “legge sulla privacy”. “Quella è un’altra cosa”, racconta Stefanutti. “In tutta teoria la legge sulla privacy, in fotografia, non si applicherebbe, perché varrebbe solo in caso di identificazione, ovvero quando la fotografia è corredata da nome e cognome o qualcosa che possa identificare il soggetto ritratto. Che, a ben vedere, è una scivolata della Cassazione, perché come si identifica una persona? Con il proprio ritratto. La preparazione giuridica dei giudici in questo ambito specifico è poi tragica. In generale perchè non si puo’ usare una foto per informazione? Bisogna guardare solo se è una cosa contro o a favore del soggetto. La foto della partita di calcio di bambini mette in risalto un aspetto positivo dell’attività del bambino. Quindi direi che il problema riguarda più l’utilizzo e la didascalia dell’immagine, non il ritratto in se”.

Il problema della didascalia sembra essere centrale.
Tanto che anche Renata Ferri si sbilancia e parla di “cattivo giornalismo” a tal proposito. Parla di uso spasmodico della fotografia come illustrazione e non come informazione: il problema è come viene usata la foto.Il cattivo giornalismo riguarda tutti. Necessita di un distacco tra testo e immagine e contemporaneità delle cose. Quando si usano foto del passato siamo già in un uso illustrativo, viziato all’origine. E questo provoca tantissime cause.Forse ha ragione Gianni Berengo Gardin quando dice che: ”dietro tutte queste cause, c’è che la gente vuole i soldi, non c’è una necessità”.

Ricordiamoci che siamo pur sempre in Italia, il paese dei furbetti, sembra essere il sottotesto che si trova dietro le tante cause sul diritto della fotografia in Italia. L’unico rammarico è che, a forza di “tutelarsi”, rischiamo di andare verso un futuro senza più memoria dell’oggi. Sapremo tutto della vita dei bambini africani, russi o indiani, ma non avremo alcuna immagine dei bambini che oggi sono tali, e domani saranno adulti.

Tutto questo, in un periodo di social network e di immagini dove il proprio ego trova casa, sembra un vero e proprio paradosso. Se la percezione delle persone è che in una foto realizzata da uno sconosciuto non si possa intervenire, mentre in quelle ad uso e consumo dei social network si. Io su Facebook, per esempio, posso taggare e staggare quando mi pare. Con un unico, gigantesco problema all’origine. Se nel primo caso posso incorrere in una mia immagine stampata in un giornale dove si fa il “cattivo giornalismo” pressapochista di cui parlava la Ferri, con una didascalia che deturpa la mia immagine, tutte, ripeto tutte le immagini che si caricano sulle piattaforme dei social network, come anche poesie e testi, diventano automaticamente di proprietà di Facebook. Che, in linea di principio, puo’ farci quel che vuole. Anche una pubblicità per pannolini in America, come racconta Stefanutti nell’intervista che trovate a compendio di questo articolo.

E’ molto importante aver chiaro tutto questo.

La tutela della propria immagine puo’ passare anche dal dare la liberatoria ad un fotografo che, magari, con il mio ritratto puo’ vincere dei premi internazionali, mentre sicuramente non passa attraverso la rete. Tutto è in continua evoluzione, in continuo sviluppo: la nostra unica arma per difenderci è essere consapevoli e attenti. E lasciare un po’ più di libertà ai fotografi seri: in Italia ce ne sono tanti, non lasciamoli scappare.

 

 

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