Gabriele Caproni e Vietato! I limiti che cambiano la fotografia

by • 14 Giugno 2012 • Fotografia, Interviste, ProtagonistiComments (1)1193

Abbiamo incontrato il fotografo Gabriele Caproni, vicepresidente del Circolo Fotocine Garfagnana, ideatore della mostra Vietato! I limiti che cambiano la fotografia presso Officine Fotografiche di Roma.

A cura di Valeria Jannetti

 

Come nasce il progetto Vietato?

Questo progetto nasce per un sentire personale, dal punto di vista fotografico. Io personalmente mi sono trovato in una mostra fatta ai bambini dell’asilo, tra cui mio figlio. Tutti d’accordo fino alla sera prima, quando una mamma dice no. La mostra non nasce da questo, ma è stata una delle situazioni tipo che ci hanno fatto riflettere. E’ una mentalità deviata. Un tempo tu facevi una foto e la gente ti faceva un sorriso e ti diceva grazie.

 

E perché, secondo lei, oggi c’è questa percezione? Siamo, in fondo, in un periodo nel quale, attraverso Instagram e i social network, tutti ci fotografiamo, c’è l’idea che su internet si possa intervenire sulla foto, anche se perdo, in realtà perdiamo tutti i diritti

E’ una mentalità un po’ strana. Ho un amico di Canale 5 che mi racconta che quando esce con la telecamera la gente si scansa a frotte, quando io esco con la macchina fotografica, per la gente divento quasi un criminale. Io non so se c’è un qualcosa, un retaggio del “prendere l’anima” che la fotografia si porta dietro dai secoli passati, ed effettivamente la fotografia è molto più cristallizzante di un’immagine mobile, la fotografia è molto più “ferma”.
Rimane il fatto che c’è stato un fotografo americano che ha fatto tutto un lavoro sulla prostituzione dalle mappe di Google. Si potrebbe pensare, dal Vietnam in poi, che la fotografia sia pericolosa, non lo so. Sicuramente, durante la guerra del golfo so che i fotografi venivano portati sui pulmini turistici, gli dicevano cosa fotografare, e poi via. C’è sempre.
E poi forse perché il fotografo è testimone. Il testimone è sempre scomodo. Sono idee. Il concetto però è che, continuando a pensare così, noi perdiamo la nostra storia.

 

Anche perché i fotografi che hanno vinto premi internazionali sono poi cervelli in fuga, migrati in giro per il mondo

A livello fotoamatoriale, la FIAF ha vinto, l’anno scorso, il campionato mondiale in Cina sulle foto sui bambini. Ebbene, non c’era un ritratto di un bambino italiano. Questo la dice lunga. A livello poi foto amatoriale, non professionale.

 

L’idea di chiedere a un fotografo, conosciuto poi, di mettere la pecetta sulle foto.
Come è andata?

Bè, noi abbiamo iniziato dai fotografi “amici”. La prima telefonata è stata a Piergiorgio Branzi, che mi ha detto: ”Assolutamente si!”. L’idea è molto interessante e basta che abbia uno sfondo culturale forte, mi è stato detto dalla stragrande maggioranza dei fotografi. Probabilmente quello che denunciamo con Vietato! È un qualcosa che accomuna il sentire di tutti i fotografi, chi più chi meno.

 

Questa mostra sta girando l’Italia, la portate in giro in un tour.
Quali sono le prossime tappe?

Al momento ci sono ipotesi. La mostra è prodotta da un piccolo circolo, Fotocine Garfagnana, si è potuta realizzare perché c’è stata la bontà della Calvenzi e della Ferri nel seguirci, e i fotografi non hanno chiesto assolutamente nulla. Di fatto, viviamo sull’interesse di qualcuno che la ospiti. Ad agosto abbiamo la settimana della fotografia.

 

Ogni volta vi ritrovate di fronte ad un pubblico di fotografi inferociti da anni di soprusi (legali).

Si infatti poi tutti richiedono una risposta chiara, a livello legale, ma noi possiamo dare una possibilità di dialogo, per far sentire i fotografi un pochino più liberi, ma le leggi non le facciamo noi.

 

Parlate anche del problema, non solo della didascalia, ma dei crediti in generale sotto le fotografie nei quotidiani?
E’ un altro dei problemi. Il nome è uno dei diritti inalienabili del fotografo, è un problema di poco rispetto nei confronti del fotografo.

 

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