New Domesticity: scelta o dovere?

by • 3 Gennaio 2012 • Moda e tendenzeComments (0)213

Vorrei iniziare il 2102 con un racconto pubblicato sul Washington Post, dalla scrittrice Emily Matchar, che analizza in maniera leggera e attenta un nuovo fenomeno, la new domesticity.  Ovvero, cucire, fare la maglia, coltivare un orto, preparare il pane .. la riscoperta del saper fare delle nostre nonne . Una tendenza che dilaga velocemente in America e che sta prendendo piede ormai anche in Italia e coinvolgendo tutte quelle donne alla ricerca di cibo sano, di essenzialità nei consumi, del fatto a mano, di oggetti che sappiano raccontare una storia, di attenzione all’ambiente. Sembrerebbe che siamo davvero entrati in una nuova era… quella della semplicità!

 “Durante le vacanze di Natale preparerò della marmellata fatta in casa, assorbita nel nuovo spirito del tempo che pare abbia contagiato la metà delle mie amiche.
Quest’estate ho raccolto frutti di bosco e li ho surgelati. Ho cercato le ricette studiando i miei blog preferiti pieni di foto di giovani ragazze con grembiuli  vintage davanti alle loro torte fumanti.
Parlo con mia madre di pectina e di tecniche di sterilizzazione dei barattoli. Lei mi risponde con quella benevola indifferenza che avrebbe usato se le avessi detto che ho deciso di dedicarmi all’allevamento di emu.
Parlo con mia madre di pectina e di tecniche di sterilizzazione dei barattoli. Lei mi risponde con quella benevola indifferenza che avrebbe usato se le avessi detto che ho deciso di dedicarmi all’allevamento di emu.
Mia madre non sa fare le conserve. Non sa cuocere il pane. Cucire. Fare la maglia. Nemmeno mia nonna del resto, casalinga degli anni 60, con una sigaretta in una mano e un cocktail nell’altra. Lei che ha visto i cibi pronti come uno strumento di emancipazione, venendo da una cultura di immigrati in cui le donne erano oberate di mansioni familiari. La sua idea di vacanza fantastica era comprare uno strudel di aragosta al mercato gourmet.
Come sono cambiate le cose!
Mia nonna è morta quasi dieci anni fa ma posso immaginare come sarebbe stata perplessa nello scoprire questo innamoramento delle ragazze della mia generazione per i lavori di casa di una volta. In tutto il paese le donne della mia età (29 anni), le figlie, le nipoti dell’attivista post- femminista Betty Friedan, si stanno dedicando con grande passione ed entusiasmo alle attività domestiche delle nostre madri e delle nostre nonne. Siamo tornate a fare conserve di marmellate e  a fare la maglia, per divertimento ma anche per una necessità forte di controllare ciò che mangiamo e ciò che indossiamo.
Ma potrebbe esserci il rischio che questa new domesticity sia l’inizio di un dovere vecchio stile?
Fare le conserve è solo un piccolo aspetto della nostra mania di domesticity. Le vendite delle forniture di kit per inscatolare in casa sono salite del 35% negli ultimi 3 anni e le vendite della guida “Ball Blue Book Guide to Preserving” nell’ultimo anno sono raddoppiate.  C’è stata una rinascita del lavoro a maglia, dei prodotti per la casa realizzati con aceto di vino e dei blog sui lavori di casa.
Poi ci sono cose come  “La casa nella prateria” – telefilm degli anni 70 che raccontava uno stile di vita un po’ hippie di ritorno alla terra- l’apicoltura, il formaggio fatto in casa e le fattorie urbane. Quando uscì il primo numero della rivista Poultry Backyard quasi sei anni furono stampate 15.000 copie. Oggi siamo arrivati a 113.000.
Gli scaffali di Barnes&Noble sono pieni non solo di guide per imparare a cucire, a fare la maglia, a fermentare lo yogurt all’antica, a coltivare orti sui terrazzi e sui tetti  ma anche di una grande scelta di libri sulla filosofia urbana del fare in casa e sul “radical home economics” e racconti di donne che lasciano brillanti carriere aziendali per allevare pecore o che ritirano i figli dalla scuola pubblica  o privata per istruirli a casa. (secondo le stime ufficiali più recenti il numero dei bambini scolarizzati in casa è passato da 850.000 del 1999 a 1,5 milione nel 2007).
Le giovani ragazze, oggi sono interessate alla sostenibilità, al buon cibo e al vivere in maniera consapevole.
Ad un primo livello di analisi questo fenomeno sembra essere motivato dal puro divertimento.  La nostra generazione satura di tecnologia ha una voglia disperata di manualità, di tradizioni antiche come le conserve, la maglia. Non è detto che solo perchè in passato queste attività siano state squalificate come “cose da donne” debbano essere disprezzate anche nel mondo di oggi. Anche molti ragazzi stanno abbracciando questa filosofia del fare in casa. Mio marito cuoce una torta al mirtillo e nessuno lo considera meno uomo per questo ..
Ma ad un livello di analisi più profondo ci si rende conto che questa ricerca di “domesticità”, ha una motivazione più morale. Il vasetto di marmellata fatta in casa diventa il simbolo di una resistenza al cibo industriale e allo sviluppo che non tiene conto dell’ambiente. Questa tendenza è stata ingigantita da movimenti come slow Food, o il locavorism – secondo cui si devono comprare solo prodotti agricoli coltivati localmente al fine di ridurre le emissioni relative ai trasporti ed incentivare l’agricoltura locale –  e dal Do-it-yourself scoppiato con l’ansia e la recessione.
E improvvisamente imparare gli antichi saper fari delle nostre bisnonne non sembra solo divertente ma necessario e virtuoso.
“All’inizio la frugalità è stata motivata dalla mia preoccupazione per cosa mangiavo, dice Kate Payne, 30 anni, autore della “The Hip Girl’s Guide to Homemaking”  e una specie di guru della scena della new domesticity “Poi si è trasformato in politica. Sto andando a comprare schifezze a basso costo, o sto andando fare del male a me stesso?”
Recentemente ho trascorso qualche tempo con Megan Paska, di 31 anni di Brooklyn, la cui quotidianità  assomiglia a quella di una moglie di una fattoria del19° secolo: mette a bagno i fagioli per gli stufati, da da mangiare a pollli e conigli nel suo cortile, si occupa di apicoltura urbana sul tetto della suo appartamento. La sua vita frugale e domestica le ha permesso di lasciare un lavoro d’ufficio che non le piaceva e ora vive con 1.000 dollari al mese guadagnati insegnando come produrre in città miele, ortaggi e e cibo fatto a mano, scrivendo di apicoltura e di altri know-how preindustriali.
Alcuni anni fa, i suoi amici pensavano che fosse pazza. Ora, con la crisi economica e con la disillusione di poter fare carriera, tutti vogliono imitarla. (Anche se il suo fidanzato, un ragazzo, non è così sicuro.)
La maggior parte degli urban homestaders sono donne. “Le donne trovano che questo stile di vita sia molto forte”, dice. “Alcune persone suppongono che questo sia una reazione al movimento femminista, ma io lo vedo come una continuazione di questo.
Negli ultimi due anni ci sono una sfilza di guide, e-book per gli antichi lavori domestici. Oltre a Hip Girl’s Guide, di Payne c’è Make Your Place, di Raleigh Briggs, The Bust DIY Guide to Life, del  Bust Magazine, Making It: Radical Home-Ec for a Post-Consumer World di Kelly Coyne e Erik Knutzen Radical Homemakers di Shannon Hayes.
In uno di questi libri – “How to Sew a Button: And Other Nifty Things Your Grandmother Knew” – lo scrittore Erin Bried ricorda quando ha servito ai suoi ospiti una torta al rabarbaro fatta però per sbaglio con bietole che avevano un aspetto simile. Potrebbe sembrare uno stupido errore (entrambi hanno gambi rossi) ma Bried considera il suo errore molto più seriamente:  “Quando ho perso la capacità di prendermi cura di me stesso?”
La visione di ciò che per una donna  significa prendersi cura di se stessa o è radicalmente nuova o incredibilmente retrò.
Chiaramente, saper cucinare (o maglia, o giardino) è bello e utile. Alcuni di noi – me compresa – lo trovano piacevole. Ma è una necessità morale e ambientale? Non basta che guadagni i soldi per  comprare la marmellata o la torta, o la pagnotta di pane, o la sciarpa? E se stiamo alzando la posta in gioco su quelle che sono le aspettative domestiche, dobbiamo porci una domanda:  Chi è che fa il lavoro supplementare, gli uomini o le donne?
Molti campioni del movimento del do-it-yourself dicono esplicitamente che il lavoro domestico non dovrebbe essere una questione di genere. Ma ho anche notato una rinascita di un essenzialismo vecchio stile da fonti sorprendenti.  Mi è capitato recentemente di ascoltare da donne laureate e dottorate frasi del tipo “Non c’è nulla di naturale nelle donne che decidono di occuparsi  della casa”.
E se prima dire “Siamo biologicamente cablati per fare questo” o  “Ha senso evolutivo” era reazionario di destra  oggi è progressista.  Quando si è troppo focalizzati sulla parola “naturale” da applicarla a tutto, al cibo, ai vestiti, allo shampoo, si è tentati di applicarla anche alla gente.
Naturali o non, le donne sono ancora prevalentemente viste come i guardiani della salute della famiglia e della sicurezza. E un numero crescente di donne con cui ho parlato pensa davvero che il “fai da te” è il migliore – forse l’unico – modo di assicurare alle proprie  famiglie il benessere. Diversi studiosi in America – come la storica Marcie Cohen Ferris –  hanno approfondito questo fenomeno, cercando di leggere da cosa derivi questa ansia e necessità di cibo fatto in casa e di oggetti domestici e hanno rilevato come il ritorno delle giovani donne alla domesticità sia “una reazione ad una rottura del sistema alimentare .
Una ragazza della Pennsylvania che lavora in casa, recentemente mi ha detto: “l’unico modo per sapere cosa c’è davvero nel nostro cibo è farlo da soli.” Un’altra in Iowa mi ha detto che vuole provare a togliere dalla scuola suo figlio per educarlo in casa perchè preoccupata dall’ambiente scolastico, dal cibo della mensa, dalla pulizia..
Si potrebbe dire che queste donne sono semplicemente casalinghe alla ricerca di uno scopo che vada oltre la guida carpool. Come spiega la studiosa Joan Williams, l’estrema domesticità può essere un rifugio per donne istruite che hanno forzatamente lasciato il lavoro: “Sei stato allenato per tutta la vita  ad un ambiente dove la pressione è alta come alta è la ricerca della realizzazione personale, hai bisogno di un posto in cui sfogare questa tensione. Così la tua famiglia si trasforma nel luogo in cui dare il meglio di te stessa e strabiliare con prestazioni sorprendenti.”
Ma tutti questi estremi sostenitori del do-it-yourself, sono anche mossi dalla paura, dalla frustrazione e dalla preoccupazione di uova contaminate dalla salmonella o dalla presenza di BPA- il bisfenolo, composto organico fondamentale nella sintesi di plastiche e additivi plastici- nelle tazze dei propri bambini.
Vale a dire, la maggior parte di noi. Per loro la domesticità può essere vissuta come il modo di riparare a livello individuale ad un mancato controllo governativo e ad una scarsa attenzione delle istituzioni sociali.  Perché se può essere appagante dedicarsi al lavoro domestico, questo però non è riconosciuto come tale e quindi non è retribuito. E in un mondo dove ancora le donne laureate guadagnano nel corso della loro carriera circa 713 mila dollari in meno degli uomini laureati, questo non è poco.
Le donne come me si stanno divertendo con i lavori domestici  perchè nella maggior parte dei casi questi non sono ancora un dovere ma una scelta.
Ma quando si inizierà di nuovo a vivere il lavoro domestico come un dovere?
Se la storia è una lezione, il mio divertimento nel fare barattoli di  marmellata potrebbe trasformarsi in un lavoretto per mia figlia e nello strudel di aragosta  “liberatorio” per mia nipote. E così non è bello come sembra …  e questo non è davvero quello che voglio sul tavolo delle mie vacanze di Natale nel 2050.

Knit Cafe: incontri di maglia – Roberta Lancia, Paola Fantuzzo, PippiCalzeLunghe

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