Wim Wenders e il senso del luogo

by • 3 Giugno 2011 • Interviste, ProtagonistiComments (0)857

Il senso del luogo è quella conoscenza profonda di una città, del suo clima, delle sue persone, dei suoi monumenti, delle sue strade e delle sue piazze, della sua natura e della sua atmosfera. Il senso del luogo è quella profonda conoscenza di una città che ti permette di interagire con lei, di sviluppare progetti e relazioni, di creare comunità, di immaginare visioni di lunga durata.

Appropriarsi del senso del luogo non è cosa facile. Serve apertura, capacità di pensare per la città e di farlo insieme a chi la vive tutti i giorni, ma soprattuto un occhio allenato a leggere bisogni e ad interpretare desideri. Un occhio come quello del regista Wim Wenders che in un’intervista a Stefano Casciani pubblicata su Domus – e di cui riportiamo qui solo alcuni pezzi – parla di città e del suo senso del luogo.

 

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A parte la bellezza e l’intensità delle storie che mi hanno trasmesso, i suoi film mi hanno fatto pensare che le città possono essere anche poesia, non solo un insieme di edifici. Ha mai pensato all’influenza dei suoi lavori sulla percezione della città da parte del pubblico?
Probabilmente un regista può pensare che i suoi film, alla fine, possano avere qualche influenza sul pubblico; sicuramente, io non mi sono mai veramente soffermato a pensarci. Amo le città e ho sempre prestato molta attenzione ai luoghi in cui giro i miei film, ho sempre lavorato in posti che mi piacevano e, in alcune mie opere, le città hanno assunto un ruolo da protagonista. Spero che tutti questi film abbiano contribuito a dare un’immagine diversa di luoghi come, per esempio, Lisbona, Berlino, Tokyo o Palermo.

Mi sembra di averla sentita dire che gli edifici sono cittadini in forma di architettura, dei veri esseri viventi: cosa intendeva?
L’architettura, le città e i luoghi dialogano con noi ininterrottamente. Pensiamo di essere gli unici a parlare, ma io sono convinto che ci sia uno scambio: i luoghi ci danno energia, sensazioni, ricordi, creano situazioni in cui possiamo lavorare, rilassarci, sentirci bene o male. E per come la vedo io, questa è una forma di dialogo. Se ricevo qualcosa e do qualcosa, questo è un vero scambio. Le città influenzano le nostre azioni e i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e, persino, il nostro comportamento sociale: ci influenzano più di quanto, probabilmente, siamo disposti ad ammettere. Sono sempre stato convinto che il cinema abbia un compito importante: aiutarci a decifrare e ad andare più d’accordo con la città. Oggi, molti film d’azione presentano la città come una specie di nemico, ma detesto questa sua immagine di luogo da evitare: un luogo che ci pone continuamente degli ostacoli e ci rende la vita difficile. Come volessero farci credere che, se non fosse per le città, saremmo tutti molto più liberi. Per me è vero il contrario: le città ci liberano, possiamo fare quello che vogliamo proprio perché viviamo nelle città. Ci offrono continuamente nuove occasioni, più di quanto non impediscano a queste occasioni di presentarsi. Probabilmente è proprio con Alice in den Städten che ho cominciato a dare uno sguardo più benevolo sulla città, a mostrare come la gente interagisce con i luoghi urbani… Anzi, no! A dire il vero, anche il mio primissimo cortometraggio Summer in the City faceva già qualcosa del genere! E lo stesso vale per i miei corti come Silver City Revisited. Ecco, anche i miei titoli sono pieni zeppi di ‘città’.

Nei suoi film, le persone sembrano perdute. Pare che cerchino di ritrovarsi nelle città che lei mostra. E di queste città tende a non mostrare il volto ufficiale, ma piuttosto luoghi nascosti, posti che la gente non conosce. Cos’è che rende interessante questo lato delle città? Forse perché è proprio lì che i suoi personaggi cercano qualcosa, o se stessi?
La prima volta che ho fatto assumere a una città un ruolo attivo nell’azione cinematografica è stato con L’amico americano (1977). Il film è ambientato ad Amburgo, a Parigi e, per un pezzetto, a New York: tre città che nella storia hanno funzioni molto diverse, in cui la gente si comporta in modo diverso e ciascuna produce sensazioni diverse. Nel film si salta continuamente da New York ad Amburgo e viceversa, semplicemente con dei tagli di sequenza, come se in una frazione di secondo ci si potesse spostare dall’una all’altra. È la prima volta che ho cercato di rappresentare l’accadere di una specie di “città simultanea”, e l’ho fatto per far capire allo spettatore quanta influenza le città hanno su di noi. Quando Dennis Hopper/Tom Ripley cammina per New York è un personaggio diverso da quando cammina per Amburgo. E Bruno Ganz, che recita la vittima con il nome di Zimmermann, ad Amburgo si sente perfettamente a casa, protetto dai vicoli, dai negozi, dal porto. Quando va a Parigi, la città gli è decisamente ostile. La metropolitana è un labirinto, sembra senza vie d’uscita: d’improvviso capisci che una città è una questione di vita o di morte, e per Zimmermann Parigi è veramente una città mortale. Ma viaggia, prende l’aereo, poi un treno col suo avversario, Tom Ripley, il mercante d’arte corrotto. Questi ha molto più controllo sulle proprie azioni, non è una vittima come Zimmermann, perciò tratta le città con molta più disinvoltura, una leggerezza superiore. Quando gli chiedono cosa fa ad Amburgo, dice che sta tentando di farci suonare di nuovo i Beatles… Scherza, perché non gli importa veramente dove si trova: è uno straniero ovunque. Almeno Bruno Ganz appartiene a una città, ad Amburgo.

Una risposta molto bella a una domanda un po’ vaga… Già che ci siamo le farò un’altra domanda molto generica. Data la sua conoscenza di tutte queste città e aree del mondo – Europa, America e Asia – che ha guardato tutte con molta attenzione, quale crede possa superare meglio questa recessione mondiale?
Sopravvivranno tutte, anche se non allo stesso modo. L’Europa è attrezzata in maniera diversa. La sua storia è fatta di una sequenza di crisi, di non si sa nemmeno quante guerre, quanti disastri e quante alleanze diverse. Attraverso l’esperienza di tutti questi anni di guerra, l’Europa è diventata, quasi, un continente utopico, perché ha acquisito una cultura del dialogo. Per questo, penso, che possa affrontare meglio i conflitti e le minacce del futuro. L’America, per esempio, non sa cosa sia il dialogo. Gli americani non conoscono i confini: l’unico vero confine che hanno è quello col Messico, e lo gestiscono male. Non conoscono i confini, non conoscono le lingue e, in fondo, non sanno nemmeno cosa sia un conflitto. Per loro conflitto significa immediatamente aggressione. L’Asia ha strutture di potere e tradizioni differenti, la gente è molto più abituata a obbedire, a credere negli ordini. Oggi, in Europa, nessuno vuole più obbedire. L’epoca dell’obbedienza cieca è finita, il che per l’Europa rappresenta un fattore positivo. La gente è in grado di dar seguito alle proprie decisioni, sa meglio come farsi rispettare. Negli Stati Uniti, ti sorprendi di quanto la gente sia immatura, manipolata e sperduta, almeno in quello sconfinato ‘centro’ tra le due coste. In Asia, mi pare ci sia più capacità di affidarsi al destino: non so quanti milioni di emigranti cinesi siano oggi disoccupati. Immagini lo stesso in Europa, ci sarebbe una rivoluzione! Ma non in Cina. Lì la gente obbedisce, almeno per ora… In India, il sistema delle caste ha abituato le persone agli ordini, ad adattarsi ad essi. In Europa, questa struttura fa ormai parte del passato. Credo che, con la nostra varietà di culture, la nostra storia di conflitti e con il rispetto per il dialogo che abbiamo imparato a costo di grandi sofferenze, oggi abbiamo gli strumenti giusti per affrontare i grandi cambiamenti che avranno necessariamente luogo nel prossimo secolo. Sono contento di essere tornato qui!

Alcuni architetti che conosciamo entrambi molto bene, come Jean Nouvel o Massimiliano Fuksas, dicevano già anni fa che il loro lavoro è simile a quello di un film-maker o di un regista. Pensa che i suoi film contengano qualche aspetto del lavoro dell’architetto?
Sento una grande affinità con gli architetti: il nostro lavoro presenta più somiglianze di quan- te se ne possano supporre. Sono stato con Jean Nouvel in luoghi in cui doveva costruire, mentre costruiva e a costruzione ultimata. Mi ha ricordato molto la mia situazione prima della realizzazione di un film, quando tutto è ancora nella mia testa; poi quando giro o sono in sala montaggio; infine, quando il film è terminato. Il mio lavoro dipende moltissimo dal senso del luogo, e un architetto lavora, innanzitutto, sul senso del luogo. Una volta ero a Sidney per una mostra di mie fotografie al Museum of Modern Art. Dovevo tenere una conferenza intitolata “Il Senso del Luogo”. Riguardava il modo in cui un regista o un fotografo lo utilizzano per mettere insieme luogo e storia e farli operare all’unisono. Tra il pubblico c’era Glenn Murcutt, un architetto australiano che mi piace moltissimo, ma che non avevo mai incontrato. Conoscevo tutti i suoi edifici ed era per me una sorta di idolo. Alla fine della conferenza si è presentato e ho provato una strana forma di soggezione, perché amavo i suoi progetti e avevo visitato molti suoi edifici. Ha iniziato a dirmi: “Dovevo proprio sentire la sua conferenza, perché un paio d’anni fa ne ho tenuta una con lo stesso titolo”. Allora ho capito che il lavoro di architetti e registi, specialmente nella fase in cui sognano un edificio o un film, presenta delle analogie. Altri registi lavorano molto a partire dal senso della storia o da una certa figura che appare nel film, il che si adatta molto anche alla prassi di alcuni architetti.
Il mio lavoro è però sicuramente più basato sul senso del luogo: la storia si sviluppa in un certo posto, può svolgersi solo lì e in nessun’altra parte. So che ci sono architetti, come Glenn Murcutt, che funzionano e lavorano solo all’interno del luogo. Quando gli ho chiesto come mai non avesse mai costruito in Europa, Murcutt mi ha risposto: “E come potrei? Non conosco il clima, non conosco le stagioni, gli uccelli, gli alberi. Come potrei costruire? Fammi vivere in Irlanda per dieci anni e, allora, potrò costruire una casa”. Esagererei se dicessi lo stesso, ma ho bisogno di passare del tempo in un luogo prima di poter girare, e bisogna che il posto mi piaccia davvero. Se il posto non mi piace, non so nemmeno dove puntare la cinepresa.

Il senso del luogo è quello strumento, usato solo da pochi, che permette di costruire politiche intelligenti per le città.

 

[ via Domus ]

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