Andrea Branzi e nuovi modelli di urbanizzazione per la città del Presente

by • 2 Giugno 2011 • Architettura, IspirazioneComments (0)873

È  nella città che l’uomo corona lo sforzo di costruire la propria civiltà. Ne è consapevole l’architetto Andrea Branzi che ha dedicato molti degli ultimi anni del suo lavoro allo studio di modelli teorici che cercano di interpretare le condizioni sociali e funzionali del XXI secolo.
È la città del Presente, e non quella del Futuro, con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti, l’oggetto del manifesto “Per una Nuova Carta di Atene” presentato alla 12 Biennale di Architettura di Venezia.

Dieci principi, “modesti suggerimenti”, come scrive lui stesso, per leggere e interpretare la nuova condizione della città postmoderna che si presenta  senza perimetri e senza un modello unitario di riferimento.
Una città che, secondo Branzi, va continuamente “ri-pensata, ri-adattata, ri-progettata alla ricerca di equilibri provvisori”.
“Per una nuova Carta di Atene” vuole essere un contributo per una diversa interpretazione dell’attuale città della “civiltà della merce”, un’ispirazione come lo fu la Carta di Atene del 1993 di Le Corbusier per interpretare la “città industriale”.

 

andrea-branzi

 

Primo consiglio: considerare la città come una “favela ad alta tecnologia”; evitare soluzioni rigide e definitive e favorire dispositivi reversibili, incompleti, imperfetti, che permettano di adeguare continuamente lo spazio urbano a nuove attività, non previste e non programmate.

Secondo consiglio: considerare la città come “personal computer ogni 20 m2”; evitare l’identificazione fra forma e funzione, le tipologie specializzate, i dispositivi rigidi, i perimetri blindati; creare territori simili a “funzionoidi” che possono ospitare ogni attività in ogni luogo, cambiando funzione in tempo reale.

Terzo consiglio: considerare la città come luogo di “ospitalità cosmica”; realizzare come nelle metropoli indiane, la “convivenza planetaria” tra l’uomo e gli animali, tra le tecnologie e le divinità, tra i vivi e i morti; metropoli meno antropo-centriche e più aperte alle bio-diversità, al sacro, alla bellezza umana.

Quarto consiglio: considerare nuovi modelli di “urbanizzazione debole”; immaginare territori permeabili tra città e campagna, luoghi ibridi semi-urbani e semi-agricoli; territori produttivi e ospitali che seguano l’evolversi delle stagioni e il mutare del clima, creando condizioni di abitabilità diffusa e reversibile.

Quinto consiglio: considerare confini e fondamenta sfumati e attraversabili; realizzare organismi dal perimetro incerto, dentro un tessuto urbano dove la differenza tra l’interno e l’esterno, il pubblico e il privato scompaiono, creando un territorio integrato senza specializzazioni funzionali.

Sesto consiglio: progettare “infrastrutture reversibili, leggere, provvisorie”; realizzare strade, ponti, collegamenti, con sistemi logistici non rigidi e definitivi, ma removibili, che non lasciano traccia sul terreno e che si adattano al mutare delle necessità locali.

Settimo consiglio: considerare la città come un “tutto -pieno micro-climatizzato” interpretare la metropoli come territorio dove l’architettura non è una presenza “visiva” ma una realtà sensoriale, esperienziale, immateriale” luogo di relazioni telematiche, virtuali; territorio antropologico in continuo rinnovamento, spostamento, sostituzione”.

Ottavo consiglio: considerare le grandi trasformazioni come il “risultato di micro -interventi”, interpretare la qualità urbana come il risultato della semiosfera costituita dagli oggetti domestici, dagli strumenti, dai servizi, dalla merce, dalle persone; come i microcrediti di Mohamed Yunus bisogna entrare dentro alle economie domestiche e negli interstizi della vita quotidiana”

Nono consiglio: considerare la città come un “laboratorio genetico”, interpretare la metropoli come “fabbrica della vita”; territorio di scambi di genoma, di esperienze sessuali, di sviluppo del proprio gene,; metropoli di umani, di corpi, di flussi di sperma, di nascite e di morti.

Decimo consiglio: considerare la città come un “plancton vivente”; interpretare la città come un sistema “bio-tecnologico”, in continua trasformazione, che produce economia e cultura come effetto spontaneo della propria energia espansiva.

“Per una nuova Carta di Atene” è un modello più mentale che architettonico per costruire lo scenario evolutivo di una città intelligente.

 

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